giovedì 16 novembre 2017

Composizione architettonica e poeti 2 - Ara pacis

Cari brutti anatroccoli del mio cuore, questa la potremmo considerare una lezione sulle proporzioni. L'Ara pacis del titolo è in realtà l'edificio che la contiene, progettato nel 2006 da Richard Meier. Ne ho già parlato definendolo un edificio non così catastrofico come in genere è descritto, ma ciò non toglie che abbia molte riserve su di esso. Mi focalizzerò su un esempio solo, che però permette di fare delle interessanti considerazioni.
Osservate queste due immagini, che ho già pubblicato: uno è l'edificio di Meier l'altro è il padiglione tedesco per l'esposizione internazionale di Barcellona del 1929 di Ludwig Mies van der Rohe. Uso volutamente due edifici che chi segue questo blog conosce di già. Vi prego di osservare lo spessore delle solette, come ho evidenziato.
Mi direte: be' ma quello di Mies è un padiglione, le strutture e i corpi di fabbrica portano solo sé stessi. Be' perché, quello di Meier cos'è? Il fatto che dentro uno ci sia l'Ara pacis di Augusto, mentre nell'altro quattro avvenenti hostess tedesche, non sono solo due buoni motivi per andare a visitarli?
Richard Meier - Edificio per l'Ara pacis

Roma - Ara pacis

Ludwig Mies van der Rohe - Padiglione tedesco all'Expo di Barcellona
Marlene Dietrich - Der blaue engel - 1930
Veniamo al dunque. Concentriamoci sulla parte anteriore del padiglione di Meier, l'ingresso. Anche se adesso vanno di moda tutte queste strutture cristonate in sostanza si tratta né più né meno di un architravatura, che ne contiene un'altra in cui tutt'al più il pilastro circolare svolge una funzione di rompitratta. Ma il loro significato è di fatto tutto compositivo.
Vi agevolo uno schema, fatto dalla mie manine d'oro con Paint.


Qui a è la trabeazione, b e c sono setti portanti, uno intonacato come la soletta e l'altro rivestito di pietra e di maggiore spessore, d è il pilastro circolare (che voi avete di sicuro chiamato colonna, carissimi sgraziati anseriformi: perché non è una colonna?) e e è una soletta di balconata.
Notate il trittico “e e è” che è già una poesia marinettiana in sé, ma voi siete poeti d'oggi, che ne sapete?
Diamo per buono che il pilastro circolare, come possibile rompitratta, renda lecitamente minore lo spessore del setto c rispetto a b, parlo di considerazioni di composizione della facciata non di questioni di scienza delle costruzioni, lo dico per i nostri amici ingegneri eventualmente all'ascolto. Dunque sorvoliamo su questo particolare.
Cosa si può notare subito?
Mumble mumble... (tempo di riflessione e rumore di rotelle nel cranietto dei miei anatroccoli).
Bravi! Che lo spessore dell'architrave è una cifra.
E perché è così spesso? Visto che poi è contraddetto dalla soletta della cosiddetta teca che contiene l'Ara pacis?
Mumble mumble...
Ma stavolta la risposta non viene... Però se andate a vedere troverete molte architetture di questi ultimi decenni che hanno elementi strutturali o corpi di fabbrica sovradimensionati rispetto alla loro funzione. Sopra la soletta dell'ingresso, se non ci sale Giuliano Ferrara, non c'è pericolo di crolli imminenti. Sopra non c'è nulla, il che che significa 'nulla'. Proprio come sopra la soletta di Mies non c'è nulla, nemmeno i reggiseni a stendere delle hostess. E infatti nel padiglione tedesco di Barcellona abbiamo subito un senso di proporzione, di armonia, di leggerezza, un rapporto intimo fra le strutture, i tamponamenti, che sono in pietra, in intonaco e in vetro (esattamente come a Roma) e le solette.
Quello di Meier è un inutile ingresso monumentale prodromico a un altro monumento. Che però ha il piccolo particolare di essere un'architettura fra le più importanti in assoluto della storia dell'arte per le conseguenze che avrà in seguito su edifici, arredi e scultura e pittura.
Dietro i Propilei dell'Acropoli di Atene, per fare un esempio a tutti noto, c'era la statua di Athena Parthenos di Fidia e il Partenone di Ictino (due 'de passaggio') oltre al resto: capite che lì forse si poteva essere un po' ambiziosi per segnalare l'ingresso, ma occorreva farlo avendoci le palle, e Mnesicle (n'artro de passaggio) ce le aveva.
La risposta è che Meier, che come già dissi non è certo il Meier degli anni ottanta, principe di linearità e leggerezza, ha fatto così perché oggi si usa fare così, perché a certe cose non ci fa caso più nessuno, perché l'architettura con, le sue regole di comportamento, è in sostanza morta. Perché il committente è contento di avere un bell'ingresso trionfale, anche se non c'entra una minchia. Poi, dice, “stamo a Roma e un po' de pietra nun ce sta mmale”. E fa il muro del pianto.
Ripeto e confermo però che a petto di altre architetture questa non è delle peggiori. È che oggi va così. 'Stamoce'... e no che nun ce stamo!
Fatta l'analisi, vi propongo una variante, semplicissima, ma che tenga in conto delle reali esigenze di sforzo strutturale e di un minino senso delle proporzioni, considerando che già la scelta di un'architravatura è di per sé impegnativa e ampollosa, fra le altre possibili, e dunque non vi è alcun motivo di appesantirla e enfatizzarla.

Dovete fare lo sforzo mentale di omettere la parte eccedente quella delimitata dalle linee rosse.
Diciamo che lo spessore della soletta è lo stesso di quella della balconata, dal momento che non deve reggere altro che il carico accidentale di persone che salgano per la manutenzione o di un'eccezionale nevicata, che a Roma però... Tanto la balconata, essendo inscritta nel telaio maggiore ha già una regola di subordinazione, senza agire sullo spessore. Al massimo concedo che la soletta sia alta quanto è spesso il setto intonacato, se questo è al minimo dimensionale però. Così anche il murazzone sarà percepito come elemento plastico, come enfasi o entasi di carattere retorico accettabile.
Poi quelli che dicono che studiare architettura è facile...

L'insegnamento poetico è duplice.
Per primo è che occorre avere sempre attenzione alla metrica come proporzione del verso, come le regole della composizione architettonica sono sempre valide. Chi ha un minimo di esperienza avrà notato che il discorso sulle proporzioni che ho fatto si può applicare sia su architetture storiche di connotazione classicista sia anticlassicista, il barocco per esempio.
Secondo: la proporzione corrisponde al peso delle parole. Attenzione quindi alle forme retoriche all'interno della poesia moderna: l'enfasi o la magniloquenza possono essere disarmoniche, la citazione o la metaparola possono essere armoniche, la desuetudine lessicale forse, dipende dai casi.
Gli esempi poetici non li farò perché voi ne conoscerete senz'altro più di me. E poi non ci ho voglia di cercarli: e che? devo fare sempre tutto io?
Nuotate fino a riva paperottoli...