martedì 31 ottobre 2017

'Na vorta che se vince quarcheccosa...

Oggi mi è giunta la notizia che il mio libro “Nato di Marzo” ha vinto la sezione Poesia Impressionista del Premio Leandro Polverini di Lavinio (Roma). Con una bella motivazione, che è sempre quello che conta di più in fondo.
Lettera dal Premio Polverini
Ora avete un buon suggerimento per un regalo di Natale e per salutarmi e farmi i complimenti.
Ciao Ni'!

giovedì 19 ottobre 2017

Gaudeamus igitur juvenes dum fuimus

Oggi festeggio il trentennale della mia laurea in architettura.
La saria a dii che trent'ann fa a hu ciapaa el tuchel de carta. Traduzione per i non milanesi: sarebbe a dire che trent'anni fa ho preso il pezzo di carta.
Stasera a cena renderò tutti gli onori che questo momento richiede.

Per farvi partecipi della mia festa ho preparato un video musicale. Non potevo che scegliere il più architettonico fra i compositori: Johann Sebastian Bach. Vi propongo l'Aria per le Variazioni Goldberg nella versione di Simone Dinnerstein.

Festeggio tutti gli anni perché la laurea è stato lo scopo che mi stava più a cuore fin da bambino. A chi mi avesse chiesto cosa volevo fare da grande, rispondevo l'Università. E tutti: ma non è un lavoro! Invece poteva esserlo, ma forse è meglio così visto la fine che hanno fatto l'Università e l'Architettura...
È stata di sicuro l'esperienza più formativa della mia vita perché la composizione architettonica mi ha insegnato un modo di ragionare e di rapportarmi alle cose che ho poi applicato e applico a qualsiasi argomento. Come ho già detto, chi non l'ha provato non può capirlo e sembra un'inutile sparata, ma appunto, giacché non è spiegabile, non posso farla capire a chi non l'ha provata.

Che l'Università debba servire a preparare per un lavoro prestigioso e ben retribuito è una balla, una delle tante belle storie che la borghesia si raccontava per coprire i propri cattivi vezzi (nepotismi ecc...). Forse, semmai, poteva essere vero fino agli anni settanta, quando i laureati in Italia erano pochissimi.
Il compito dell'Università è insegnare a studiare professionalmente e dare, insieme alle conoscenze disciplinari, una cultura e un metodo per farsela. E fu così in ogni momento.

Comunque, quel lunedi, 19 di ottobre del 1987, io e i miei due soci: Giancarlo Tancredi e Gianfranco Barbagallo, sostenemmo la discussione della tesi presso la Facoltà di Architettura di Milano. I relatori erano Raffaello Cecchi e Vincenza Lima. Il nostro indirizzo era Progettazione dell'Architettura e dunque la tesi consisteva in un progetto sul nuovo.
Portavamo il progetto per “La nuova architettura del Policlinico di Milano” che aveva richiesto due anni di lavoro a ritmi e con un impegno che neanche ve l'immaginate. La tesi consisteva, materialmente, in sedici tavole di diversa dimensione, le due più grandi erano 1,1o per 1,60 metri, due plastici, uno in cartoncino e uno in polistirolo, e una relazione di tesi di trecento pagine. Ed era una normale tesi, di qualche ambizione, di progettazione per quei tempi. La discussione cominciò alle 11.45 e si concluse alle 13.30. Altro che i dieci minuti di oggi.
La sera alle 20.30 il preside della Facoltà di Architettura di Milano, professor Cesare Stevan, ci proclamava, “in nome del popolo italiano”, Dottori in Architettura col voto di 100/100. Non ci diedero la lode che sarebbe stata la ciliegina sulla torta, ma poi compresi che nella mia vita non era un problema di torte senza ciliegina, ma di ciliegine senza la torta.

Vi mostro alcuni disegni e foto del plastico in cartoncino. Progettare sul nuovo vuol dire demolire l'esistente, nel nostro caso a parte tre padiglioni della situazione precedente, per sostituirlo con un progetto inedito.
Il merito in più del nostro progetto, rispetto ad altri sullo stesso tema, è di aver fatto un intervento che copriva tutta l'area del Policlinico e non solo quella su via Francesco Sforza. Un progetto che legava tutta la zona compresa fra le due circonvallazioni.
Eccone la planimetria generale.
Policlinico di Milano - Tesi 1987 - Planimetria generale
L'elemento di unione è un boulevard, in senso etimologico di baluardo (baluardo era il camminamento sulle mura difensive d'una città), di rilevato a verde, che si estende appunto fra le due circonvallazioni, dai Navigli alle Mura Spagnole per indicare i due limiti storici. Esso confluisce in un grande spazio visto come un'enorme navata a cielo aperto, su cui sono aggrappate le unità di degenza.

Per coloro ai quali può interessare, metto alcune immagini.
Veduta generale
Spazio centrale e "muro"
Planimetria delle unità di degenza
Unità di degenza Nord
Unità di degnza Sud
Metto la foto dei nostri relatori.
I miei relatori: Raffaello Cecchi e Vincenza Lima
 Addendum
Il regalo della mia sorocchia

giovedì 5 ottobre 2017

Al Andalus

Volevo mostrarvi due filmati con due brani di Wolfgang Mozart che ho fatto, come di consueto, espressamente per voi, che mi siete più sconosciuti della provvidenza divina, fatti con le mie manine sante, quando, guardandomi intorno, mi sono cadute le braccia.

Dopo la mezza vittoria della Merkel in Germania tutti si sono congelati in attesa di sapere cosa decideranno a Berlino. Intanto l'UE non esiste più, ognuno fa quel cazzo che gli pare, giustamente, rispetto al problema dei cosiddetti 'migranti', ognuno pensa a un piano di uscita dalla trappola dell'UE. In Italia poi si preparano tutti alle elezioni (non sappiamo ancora con quale legge elettorale ma la volata è già partita) raccontando un mucchio di palle e prendendo posizioni che si rimangeranno non appena espletato il voto. Intanto il referendum in Catalogna è interpretato tra il plebiscito popolare e il complotto giudaico-massonico. Ah, che tempi di merda!
Proprio gli sproloqui sul separatismo e indipendentismo, sovranismo statuale e macroregioni autonome, l'assenza dei burocrati europei, che evidentemente non sanno cosa dire, o le “prospettive della Catalognetta (con la liretta o come si chiamerà la loro moneta, se non sono così scemi da tenersi l'euro) piccola e soletta nel mare magnum del mondo: cosa farà?”. La Catalogna fa il 20% del PIL spagnolo e il 25% delle esportazioni: è ovvio che alla Spagna gli rughi (:ne siano scontenti, per i non milanesi), poi se a Madrid incominciano a usare i manganelli non partono col piede giusto, insomma tutto questa confusione mi ha fatto fare un po' il punto.
Mi è venuta questa riflessione. Sono state fatte molte analisi sul problema dell'euro e sulle politiche economiche della UE. Ormai quasi tutti sono d'accordo, anche se poi non lo ammettono, che se non puoi risolvere i problemi di commercio internazionale con l'aggiustamento del cambio della tua moneta, l'unica via che rimane è la compressione delle retribuzioni. Che questo porta a una fase di deflazione, prima salariale poi dell'intera economia. Che in una situazione di deflazione l'unico modo di uscirne sono delle scelte di espansione economica sostenute dallo stato e non l'austerità che deprime la domanda interna che produce altra deflazione ecc...
Per molti tutto questo è un complotto ordo-liberista, una strategia dettata dalle multinazionali finanziarie per il dominio del mondo. E tutti gli altri discorsi che sentite fare. Intendiamoci, le analisi economiche e giuridiche che riguardano la criticità dell'euro e la illegittimità della UE, basata su una legalità autoreferenziale, sono corrette e hanno contribuito in modo decisivo alla comprensione del fenomeno.
Ma a me è venuta una riflessione molto più modesta, ma che forse riassume la situazione che, ripeto, riguarda tutto il mondo e non solo Eurolandia.
Sapete, io sono uno alla buona, non ho sottigliezze analitiche, vado d'istinto e spesso ci azzecco.
La questione, a me sembra, è che il capitalismo, al suo stato fondamentale, diciamo 'naturale', altro non sia che liberismo economico. Senza scomodare nessun complotto, che poi l'ho già detto: un complotto per essere tale deve essere segreto. Questi te lo dicono in faccia quello che stanno facendo! Insomma questi si stanno comportando come dei normali capitalisti della giungla, cioè allo stato 'naturale'. Comprendono solo le semplici leggi pratiche dell'economia capitalistica, e le applicano. Se non dicono nulla su un problema è perché non sono in grado di capirlo con le loro limitate cognizioni della sopravvivenza liberista. Non perché vogliano tenerle segrete. Attribuirgli sempre dei retroterra machiavellici è dare troppo importanza alla loro scarsa intelligenza.
La teoria del libero mercato ipotizza che l'operatore economico agisca da perfetto egoista, ma non in senso etico. Semplicemente, per costruire una teoria scientifica non si può partire dal presupposto che l'operatore economico agisca sulla spinta della filantropia, ma per perseguire i suoi interessi. La sua condotta sarà quella di ottenere il massimo profitto con la minor spesa.
Se chiedete a un analfabeta, che per ipotesi produce farina, quale sarebbero le condizioni ideali in cui operare vi direbbe: vendere quanta più farina possibile al prezzo più alto, pagare di meno il mugnaio, e pagare il più poco possibile i suoi operai.
Ecco i liberisti ragionano così. Possono essere produttori di farina o finanzieri ma capiscono solo quel ragionamento. Non si pongono il problema se il sistema economico sia sostenibile. Cazzo gliene frega a loro degli altri? Unico obiettivo è fare più soldi in ogni dannata situazione. Per fare questo vorrebbero (vogliono) poter determinare le altre varianti del processo produttivo a loro piacimento: totale libertà di fare qualunque cosa senza senso di responsabilità. Liberismo appunto.
Le materie prime e l'energia dovrebbero essere gratis per loro e costare un botto alla concorrenza. La mano d'opera? Ah, bei tempi della schiavitù che ti costava solo vitto e alloggio! A chi vendere di più? A tutti: tutto il mondo è mercato. Tanto io sono un pesce grosso!
Poi dopo un po' ti accorgi che certi squali ti guardano in modo strano... e il pesce piccolo sei diventato tu. Ma come? Non doveva succedere...
Allora a qualcuno è venuto in mente di pensare a come un sistema economico capitalistico possa durare nel tempo e, guarda caso, è un sistema in cui tutti stanno meglio. Perché se tutti stanno meglio, hanno i soldi per comprare e chi produce ha possibilità di vendere, e la comunità ha un gettito fiscale più alto e può fare interventi di utilità sociale che a un privato, legittimamente, non conviene fare. A un operatore di mercato certe cose non conviene farle, perché non ci guadagna. Alla comunità sì perché servono. E poi ci si accorge, alchimie dell'economia, che se c'è un welfare alto, alla gente rimangono più soldi in tasca e saranno portati a spendere, perché la sanità, l'abitazione, l'istruzione ecc... sono sicure e, se non gratis, a livelli abbordabili. E allora altri potranno mettersi sul mercato con le loro attività e prosperare, ci saranno più beni e più differenziati. E ci potremo permettere il superfluo, che è quello che dà senso alla vita: la ricerca del bello.
Ma un liberista è un oscuro borghese ignorante e non lo capirà mai. Occorre che qualcuno lo capisca per lui e lo garantisca per legge. Fidarsi della buona volontà che segue la scoppola, che prima o poi arriva, magari sotto forma di guerra, eh insomma... è rischioso perché questi ci ricascano sempre.
A proposito, non pensavo che i post sul mio rompimento di cazzo avessero questo successo, soprattutto il primo che è uno sfogo. Si vede che ci girano i coglioni in tanti. Se Google non mi oscura il blog sono ancora lì. [“Mi sto rompendo il cazzo” e “Precisazioni sul perché mi sono rotto il cazzo”]
Penso che ai tecnoburocrati euristi, ai finanzieri della globalizzazione, agli operatori di mercato d'aujourd'hui non bisogna pensare come a geni del male ma solo come degli stupidi, avidi approfittatori senza scrupoli che hanno come mira il guadagno alto e facile e pensano di scrivere loro le regole del gioco, perciò sono una dittatura e sono il male di oggi (anche se non il più grave, come dirò in un post in gestazione). Pasolini li avrebbe definiti, sempre che non fosse eurista pure lui, “un gruppo di criminali al potere” e basta.
Lo so, sono un sempliciotto, ma io le cose le ho capite così.
Il male più grande di oggi è la progressiva eliminazione della cultura: o come totale assenza o come cultura malata, che porta in sé l'infezione della barbarie. E cercherò di esplicitarlo in futuro.
Mentre scrivo sto dando fondo a una bottiglia di bianco d'Alcamo: vi assicuro, poiché sono in contatto con le dimensioni evolute, che la Sicilia sarà benedetta per aver prodotto il bianco d'Alcamo. Non so se i siciliani siano orgogliosi d'appartenere alla penisola italica o se vaneggino un inesistente passato islamico. Se, come penso, sono fieri d'essere una terra che appartiene all'Europa, voglio che sappiano che li considero miei fratelli.
E vengo al titolo, che c'entra con quanto ho detto finora. Ho avuto la disgrazia di vedere un pezzo di programma della RAI (tutto noo...: 'gnaa 'a faccio), ormai organo del più masochistico cosmopolitismo (leggi: tutto è il mercato, il mercato è tutto, il mercato è dappertutto, tutto deve essere uguale a tutto dappertutto), in cui era celebrato un pezzo di presunta musica classica di un autore arabo dedicata a “al Andalus”, e questi cerebrolesi autori del programma, è l'unico termine che mi viene al posto di traditori, pensavano che fosse un omaggio alla Spagna da parte di un autore arabo-islamico. Questo è un esempio di cultura malata, portatrice di mostruosità e istupidimento.
Bene, sappiate che quando un arabo dice al Andalus non si riferisce alla Spagna in genere, ma alla penisola iberica conquistata dall'Islam. Al Andalus è il nome della penisola iberica, Spagna e Portogallo, quando erano terre conquistate all'Islam. Non c'è nessun amore verso queste terre se non quelle di puttane schiave dell'Islam.
E ve lo dice uno che si è scristianizzato alla radice e che pertanto sa cosa significa tagliare ogni rapporto dalla religione in modo radicale e, credetemi, non è affatto semplice troncare con le radici cristiane in modo sostanziale e non solo formale.
Se c'è qualche musulmano che sta leggendo sappia che l'unica sua salvezza, e quella del suo paese, sta unicamente nella presa di coscienza che solo il pensiero laico è la via d'uscita dalla prigione islamica, come lo fu per noi da quella cristiana. Non c'è riforma del pensiero religioso che tenga: l'Islam è irriformabile. Può solo essere sostituito da forme di pensiero più evolute di tipo laico.
Lo so che ogni musulmano intelligente pensa che sia possibile un'interpretazione della sua religione in senso moderno. La risposta è no! L'unica via è considerare le fonti dell'Islam, Quran, Hadith e Sira al rasul , come soli libri documentali, oltretutto ideologicamente indirizzati cioè strumentali a un potere e pieni di balle, e ripartire dal contesto storico per ricostruire una vera cultura araba. Devo dire, semplificando ma non troppo, che mentre gli Ebrei sono diventati intelligenti grazie, e nonostante, la Bibbia, dal Corano si deduce che gli Arabi fossero molto più intelligenti prima dell'Islam. I cristiani erano già intelligenti dai tempi dei Greci... Arabi, l'Islam vi ha rovinato, è per voi una sciagura: prendetene atto. Liberatevi dal pensiero religioso come ha fatto il resto del mondo nei confronti delle proprie religioni e come continua a fare, a fasi un po' alterne per la verità, ma ciò è comprensibile. È una sciagura per voi e per i popoli che avete arabizzato con l'Islam. Ma non è colpa vostra, di voi che leggete, non siete responsabili per chi ha agito prima di voi, ma siete ora responsabili di come voi agite. E siete voi che dovete scegliere fra la libertà e la schiavitù.

Dai, dopo queste considerazioni sconfortanti dobbiamo riprenderci il bello dell'esistenza.
Vi propongo, per dare il benvenuto all'autunno, due pezzi di Mozart che amo. Sono ambedue brani per fiati.
Wolfgang amava molto i fiati, tranne il flauto traverso, che odiava ma penso fosse perché era di moda fra i nobili del suo tempo e temeva che qualcuno gli chiedesse di suonare assieme. Avveniva spesso che i musicisti professionisti facessero da comprimari ai nobili dilettanti, così il primo violino teneva la viola accompagnando il principe appassionato di violino ecc... Amava soprattutto il corno e il clarinetto, che ha un'estensione maggiore dell'oboe classico. Stimava i fagottisti (i 'mangialegno') perché erano il basso del pezzo.

Il primo brano è un estratto del secondo movimento del Quintetto per pianoforte e fiati, del 1784, KV 452, composto a Vienna.
Nel video il larghetto è in si bemolle maggiore, clarinetto e corno sono in do maggiore.
Qualcuno ritroverà l'antenato del “...♪♫ I can't help falling in love with you ♫♪...” di Elvis Presley.

In una sua lettera al padre Leopold, del 10 di aprile 1784, Mozart scrive:

“ … Ho composto 2 grandi concerti e poi un quintetto che ha ottenuto un successo straordinario, io stesso lo considero come la migliore cosa che abbia mai scritto in vita mia. È scritto per 1 oboe, 1 clarinetto, 1 corno, 1 fagotto* e il piano forte*. Avrei voluto che voi aveste potuto sentirlo! E come è stato bene interpretato! D'altronde (per confessare la verità) alla fine mi sono stancato a forza di suonare e mi fa un onore non piccolo il fatto che i miei ascoltatori non si siano mai stancati. … ”.
[* in italiano nel testo]

I due concerti nominati nella lettera sono quelli per piano, in si bemolle maggiore KV450 e in re maggiore KV 451.

Se vi è piaciuto e lo volete tutto, è qui .

L'altro pezzo è un estratto del secondo movimento del famoso Concerto per clarinetto e orchestra, in la maggiore, KV 622, composto a Vienna nel 1791.
Quell'anno Mozart ha la testa piena di note, più piena del solito intendo, perché sta componendo “La clemenza di Tito”, “Il flauto Magico” e il Requiem oltre questo grande concerto. Era felice Wolfgang e non sapeva che quell'anno sarebbe morto.
Il tema dell'adagio è molto simile a “Pupille amate” da “Lucio Silla” messo in scena da Wolferl a Milano nel 1772. Questa opera fu una specie di consacrazione di Mozart come compositore adulto, dopo gli anni di bambino prodigio. Così ritroviamo lo stesso tema all'inizio e alla fine della sua parabola esistenziale.
Non mi stancherò mai di dire che “Lucio Silla” è un'opera bellissima e di straordinaria importanza per la lirica italiana del secolo successivo, anche se non mai superata ovviamente, con un gusto milanese e scaligero che farà epoca, anche se poi così malamente reinterpretato.
Suona una dolcissima clarinettista islandese: Arngunnur Arnadottir.


Se vi è piaciuto e lo volete tutto, è qui .

Questa è l'Europa! Miei amici sconosciuti.

Fiato sprecato?