venerdì 13 novembre 2015

Simboli e allegorie


Vorrei precisare su un argomento che a mio avviso è spesso fonte di malintesi e di interpretazioni sulla semantica della poesia: la differenza fra simbolo e allegoria e immagine. O, per essere ancora più precisi, sull’uso cosciente che si fa in poesia di queste  categorie di segni. Il tutto sempre nell’ottica di uscire dalla poesia come sfogo dell’acne giovanile, nel tentativo di giungere a una poesia puramente, o principalmente, estetica. Tentativo che, con tutta la mia limitatezza, cerco di perseguire. Una poesia, intendo, libera da alcuni paradigmi di nobiltà culturale, ma anche un po’ da paraculi, cito a caso: i monumenti romani,  “ l’urne de’ forti ”, la lotta partigiana, il ‘ sociale ’, la denuncia, il linguaggio giovanile... insomma avete capito.
Ho già detto che la mia fonte di ispirazione, anche il primo motore della voglia di far versi, è un’immagine, e non starò a rifarvi tutto il discorso. A volte ci sono dei riferimenti a qualcosa che potrebbe essere chiamato un simbolo. Spesso, credo, si fa un uso troppo disinvolto o generico di questa parola. Per esempio, non so perché, la poesia di Marina Cvetaeva è stata catalogata come simbolista.
A proposito: siete dei cattivelli. Potevate darci una scorsa, povera Marina...

Simbolo è una parola di origine greca che significa ‘ messo insieme ’, ‘ associato ’ e indicava la metà di un sigillo di possesso comune con altri. Da qui il significato di una parte che rappresenta il tutto, un tutto che appunto non è qui ma da un’altra parte, perciò il simbolo rimanda a qualcos’altro.
Sembrerebbe che qualsiasi immagine evocativa, se rispetta questa condizione, possa essere un simbolo.
Ma è vero?
Ho una certa conoscenza di simboli esoterici e ognuno di essi rimanda a una o più qualità, cioè a un insieme più vasto. Ma allora ogni cosa che mi fa pensare a qualcos’altro da sé stessa è un simbolo? Forse in senso lato, ma appunto si rischia di fare un po’ di confusione.
Il problema è che i simboli, nel corso della storia sono certi e invarianti.
Faccio un esempio di simboli invarianti e uno di un simbolo che petrolinianamente “ ha variato ”.

Lo dico per i non italiani, se ve ne sono in lettura. Ettore Petrolini fu un comico molto bravo e famoso fra le due guerre e diceva, alludendo al regime fascista, “ Il mondo è bello perché ha variato... ” e credo intendesse non solo il gioco di parole fra la locuzione popolare ‘ il mondo è bello perché è variato ’ ma anche al suono di ‘ avariato ’.
Del resto, pare certo che mentre Petrolini aveva difficoltà con la censura del regime, soprattutto per la sua parodia di Nerone (che arriva in bicicletta, coi ‘coretti’ greci della corte venuti “ tecnicamente proprio bene ” e il mitico pezzo del discorso di Nerone dal balcone alla folla: Nerone (parlando di Roma): “Tornerà più bella e più forte che pria!”; Folla: “Bravo!”; Nerone: “Grazie!”, e che nell’accelerazione parossistica della folla acclamante finiva in: Nerone: “Grazie!”; Folla: “Bravo!”) pare certo, dicevo, che fra i suoi estimatori ci fosse proprio Benito Mussolini, che arrivava in teatro in incognito, con la bombetta (che non portavano più nemmeno Stanlio e Ollio) a ‘ simboleggiare ’ (forse...) che la perfida Albione non era poi così perfida e a occhieggiare al suo amico Churchill. Ma lasciamo correre. Cosa volete che sia rimasto oggi di quella storia nella meravigliosa Unione Europea che ci affratella tutti?! Dal Portogallo alla Grecia, dalla Polonia all’Ucraina. Che ci fa amare sempre più la Germania (a proposito: rispetto a qualche post fa anche ai finlandesi hanno cominciato a dire ‘ fate skifen ’).
Per inciso: sto usando molto le parentesi perché Umberto Eco dice che non bisogna usarle.

Torniamo ai simboli invarianti. Nelle raffigurazioni delle divinità hindu vedete spesso quattro o sei o più braccia che tengono un oggetto. Ognuno di quegli oggetti simboleggia una qualità della divinità. Sempre a caso: il cappio è il potere di legare alla materia, il pungolo la spinta a liberarsene, la fiaccola è simbolo lunare, le mudra (gesti delle mani e delle dita) hanno ognuna il loro significato (benedizione, scaccia paura, meditazione ecc...), la lingua di fuori è segno di purezza ecc... in più le armi sono specifiche per ogni divinità, così gli animali (in sanscrito vahana: veicoli, con cui la divinità arriva e si manifesta). Questi simboli hanno sempre il loro significato e sono sempre quelli. Servono anche a riconoscere di quale divinità si tratti. Certo, a volte un simbolo può apparire nelle mani di una divinità al posto o in aggiunta dei soliti. Per esempio la Devi Parvati o Ganesha possono reggere il tridente, ma non vuol dire che il tridente lì abbia un altro significato rispetto a quello di Shiva. Indica semplicemente l’affinità fra queste divinità. Il significato è invariante e appunto il simbolo è invariante.

Lakshmi, Durga, Sarasvati

Voglio dire che nella storia i simboli sono sempre gli stessi, sono ben precisi, e non sono suscettibili di esprimere un significato diverso da quello per il quale sono stati selezionati.
Quasi sempre... Ci sono casi nei quali il significato è stato stravolto o, almeno, è stato occultato sotto un altro nuovo e imposto.
Vi dice niente questo simbolo?


La croce è uno dei simboli più arcaici nella storia dell’umanità. Per diversi millenni ha avuto molti significati (e li ha tuttora): centramento rispetto a forze opposte, misurazione dello spazio attraverso i punti cardinali (e i loro significati), simbolo solare (come centro),
equilibrio fra movimento orizzontale e verticale, Cielo e Terra ecc...
Come tutti sapete, da un paio di millenni ha anche altri significati (in realtà meno perché i primi secoli non era un simbolo usato nel Cristianesimo o molto poco).
Anche in questi casi però il significato tende, anche se non in maniera così assoluta come per i simboli esoterici, a stabilizzarsi. Per quanto la croce diventi il crocifisso solo fra XIII e XIV secolo, ovviamente dopo il de cuius.

Adesso evoco un’immagine: un lago chiuso fra montagne. Possiamo chiederci: che forma ha il lago? Come sono le montagne? É uno dei laghi morenici del Nord, giustamente famosi e decantati per la loro bellezza, o è un lago vulcanico, come il mio splendido e amato Lago di Nemi?

Vicino a Novara, Milano, Bergamo e Verona i primi e a Roma il secondo, lo dico per i non italiani naturalmente. Anzi colgo l’occasione per informarvi che fonti istituzionali ormai non ci chiamano più italiani ma siamo ufficialmente definiti gli ‘ autoctoni ’.

E provate chiedere ai vostri amici che effetto gli fa stare sulle rive di un lago. Si passa da rilassamento, pace, serena riflessione a cupezza, tristezza, incubo, fobia... Provate.
E che tempo immaginate ci sia sul lago? Sole? Nebbia? Pioggia? E che effetto fa la pioggia sul lago? Dolcezza, languidezza, senso di appartenenza alla natura? O depressione, freddo, umidità, spinta al suicidio?

Allora se io guardo la raffigurazione simbolica di una stella





so che i significati a essa collegati sono molti, ma certi: una luce nel buio, la luce interiore, la conoscenza essoterica e esoterica, la divinità interiore, il corpo umano, il pianeta Venere ecc... Persino chi vuole attribuire ai significati propri del simbolo una sua interpretazione non si sogna di mutarli. Dei luciferisti, per fare un esempio noto a tutti, avranno un loro concetto di conoscenza diverso da quello cristiano, ma attribuiranno sempre alla stella i medesimi contenuti, magari girandola o capovolgendola, ma il significato non può mutare.

Un’altra delle mie inutili passioni è l’arte araldica. Anche lì la stella ha gli stessi sensi, in più è distintivo di parte imperiale o ghibellina. Purtroppo c’è ancora chi fa deprecabili confusioni fra pentalfa, stella a cinque punte e nodo di Salomone o pentacolo, ma ne parleremo in un’altra occasione, forse.
Così la formula chimica, che ognuno conosce, H2O indica idrogeno e ossigeno e non qualunque parola che inizi con h od o.
Proprio l’araldica mi permette di fare il passo successivo. Sapete che lo sfondo dello scudo si chiama campo e quello che ci sta sopra prende il nome di pezze (le forme geometriche; per semplificare) o figure (le immagini oggettive). Le divisioni del campo si chiamano partizioni e le pezze più antiche e importanti si dicono onorevoli, ma lasciamo stare ché non c’è tempo e non c’entra col discorso che vo facendo.


Un’aquila è, va da sé, un animale che indica la parte imperiale, soprattutto se di smalti naturali: argento, nero, oro, rosso. Se trovate un’aquila verde su campo oro per esempio significa che il possessore dell’arma (volgarmente detto lo stemma) ha invertito gli smalti fra campo e figura per indicare il passaggio dalla parte ghibellina a quella guelfa.
Dunque l’aquila significa comando, autorità, potere, giurisdizione ecc... Un leone: forza, valore guerriero, vittoria ecc... Un cane: fedeltà, guardia e così via. Possiamo quindi dire che questi tre animali sono il simbolo di tutte quelle qualità? Direi di no.
L’aquila è un simbolo solare, da qui diventa sinonimo di imperio e primazia, ma l’aquila non è simbolo di comando o giurisdizione, qualità che gli derivano dal significato simbolico e non di per sé.
Un leone è di sicuro forte, ma allora, allo stesso modo, dovremmo dire che è anche simbolo di folta capigliatura.
Un cane è fedele, ma anche no... può essere rabbioso, i branchi di cani rinselvatichiti sono pericolosissimi. Allora dovremmo dire, allo stesso modo, che il cane è simbolo di pericolo? Il cane è ‘ il miglior amico dell’uomo ’ allora è simbolo di amicizia? No perché è amico dell’uomo, in realtà del suo padrone, ma come può esserlo un cane. L’amicizia umana è altra cosa.

Però si usa di continuo di paragonare qualcosa a un oggetto o a una pianta o animale. È forte come una quercia, si dice, ma la quercia è noto simbolo di Zeus, è questo il suo significato invariante nella storia. Del resto un larice è meno forte di una quercia? Veloce come un fulmine, ma anche il fulmine è simbolo di Zeus e Zeus non è conosciuto fra gli Dei per la sua velocità.
Cosa sono allora questi usi, che hanno un certo valore evocativo ma non sono propriamente e letteralmente dei simboli? Sono allegorie.
Si dice che un cane esprime fedeltà perché si rimanda a una serie di circostanze in cui un certo cane ha mostrato questa qualità e la cosa è nota quanto basta perché chi la legge o la sente la conosca e faccia la relazione fra il cane e la fedeltà. Del resto si parla dei cani anche in termini molto negativi, con lo stesso ragionamento. Oppure si usa il cane per richiamare alla mente qualcosa senza citarla espressamente, per esempio un nemico tenace come il morso di un cane. Quest’ultima è la originaria definizione di allegoria, la prima ne è un’estensione.
Se quello che ho detto è vero, almeno nella sua sostanza, ben poca poesia si potrà definire simbolica. La si potrebbe definire allegorica, metaforica, metonimica o come io la chiamo evocativa, visivamente e emotivamente o sentimentalmente, o poesia dinamica perché mette in atto un processo attivo nella scrittura (quest’ultima definizione è un po’ troppo futurista, vero...?). Come al solito, mi tiro fuori subito dalle classificazioni di tipo logico e ancora di più letterario: i filosofi ne sanno di sicuro più di me.
Quello che mi premeva dire è che il termine poesia simbolica o simbolismo è, se non errato, quanto meno fuorviante. E in generale nell’arte.
Simbolo non è una paroletta: tutta la storia lo dimostra. Sui simboli sono costruite le religioni, le forme di conoscenza, iniziatica e scientifica, le appartenenze politiche e le forme sociali. Naturalmente si può ammettere l’uso discorsivo della parola simbolo o del verbo simboleggiare (simbolizzare si riferisce solo ai simboli matematico-scientifici), ma consiglio più riflessione quando si cataloga qualcosa o se ne parla nello specifico.
Se in una poesia accosto il Fuoco con la conoscenza sto usando un simbolo. Se dico che le nuvole velano la luna o il colore delle foglie in autunno mi richiama la forza vegetativa sopita e trasmutata, sto usando delle immagini evocative o delle allegorie (e non mi autocito per fare l’esempio, ma state attenti che potrei farlo...).
Chiudo con un esempio: i famosi ‘ orologi molli ’ di Salvador Dalì. Sono un simbolo del tempo, come si sente dire? Ma no: l’orologio è lo strumento di misurazione del tempo (crono-metro), sarebbe come dire che il bullone è simbolo della chiave inglese (che al massimo è una metonimia). L’orologio molle di Dalì è un’allegoria del concetto di relatività spazio-temporale, è un immagine evocativa del venir meno della sicurezza della nozione di tempo che è trasmessa da un orologio: il tempo comune (non in senso musicale): lineare dal passato al futuro, vetero-scientista. È come se dicessi in poesia: “ l’orologio si scioglie nell’attesa di un tempo che non passa mai (o non viene mai, che forse è più bello) ”.
Dice: ma allora Salvador Dalì non aveva tutta ‘sta gran fantasia! Forse, però sapeva dipingere, che non è affatto poco per un pittore.




Gli ' orologi molli ' di Salvador Dalì