domenica 19 aprile 2015

Parlare in poesia



Ebbi modo, un paio d’anni fa, di partecipare a una serata in cui si presentava una poetessa finlandese: Eeva Liisa Manner. La serata fu organizzata da non so chi presso la libreria della CISL in via Tadino a Milano. Vi andai più che per la poetessa, che non mi piace più di tanto, per la curiosità della lingua finlandese.
In quella occasione vi fu un’introduzione di una docente di letteratura finlandese di cui non ricordo più il nome e me ne dispiace. D’altronde comincio ad avere una certa età per la memoria e ho perso tutte le e-mail in un guasto del pc e insomma, come diceva John Belushi in “The blues brothers”: il terremoto, le cavallette, non è stata colpa mia! 
Era in questo periodo dell’anno perché ricordo che c’era il Salone del Mobile e fra gl’invitati l’ambasciatore della Finlandia, a Milano per l’occasione del design. Notai che nei pieghevoli di presentazione insistevano su Eero Saarinen dimenticandosi un altro finlandese, uno dei giganti dell’architettura moderna, caposcuola del design ma di più dell’architettura definita ‘ organica ’: il grande Alvar Aalto. Va be’: nemo propheta in patria e anche i finnici hanno i loro difetti di memoria.
A parte questa circostanza, che fa  intorcinare le budella solo ai vecchi architetti come me, la sera fu molto istruttiva perché, fra le altre cose, la bionda professoressa di lettere ci lesse alcune composizioni della Manner e potemmo apprezzare il suono dolcissimo del finlandese. Lingua composta da molteplici posposizioni che rendono le parole lunghissime ma facili da leggere perché, come in italiano, a ogni lettera corrisponde un suono preciso. Infatti la docente ci disse, un po’ vezzosamente, che il finlandese è detto l’italiano del nord.
Sapemmo in quell’occasione che in Finlandia è molto diffuso l’uso di comporre in versi, così che quasi ognuno lo fa.
Io credo che questo amore per la propria lingua, la volontà di esprimersi anche solo per sé stessi sia un grande insegnamento che mi sentirei di suggerire anche per il nostro paese. Soprattutto in un momento di abissale crollo culturale come questo e di smarrimento del proprio sé, sia a livello individuale sia nazionale.
Era invitato alla serata anche l’ambasciatore finlandese, che giunse, dal Salone del Mobile, con una ventina di minuti di ritardo e si scusò con una platea di una dozzina di persone!
Immaginatevi un assessore italiano che ritarda solo di venti minuti...
Il momento più notevole si ebbe, a mio parere, quando chiesero all’ambasciatore del perché in Finlandia v’era un così forte interesse per la poesia.
Egli rispose che il motivo era da ricercarsi nella storia della Finlandia, per secoli dominio o del regno di Svezia o dell’espansionismo della Germania (oh, qual espressione arcaica e dunque nuova per i nostri tempi!). In questo passare da un  regno all’altro, da una cultura all’altra, con il contraltare della lingua e della cultura lappone della Carelia nel nord-est del paese, il popolo finlandese identificò nella lingua del Kàlevala la sua connotazione nazionale comune.
Da lì l’amore che i Finlandesi nutrono per la loro lingua madre, che essendo madre a sua volta li nutre.
Be’, lasciatemi dire del disappunto per la situazione italiana, verso un paese che ha un’alta quota di analfabetismo di ritorno per cui aumentano le persone che non sanno parlare o scrivere o leggere correttamente in italiano. E con la televisione e personaggi pubblici che paiono (dubitativo retorico) assecondare questo fenomeno e non solo da oggi. Lo dico, a esempio, con tutta la simpatia per il bravo Troisi che affermava di ‘sognare’ (che cazzo vuol dire?) in napoletano e stava agli altri fare lo sforzo interpretativo. Ascoltate bene invece i film di Totò: a parte i modi di dire e i calembour recitava sempre in perfetto italiano, non era un attore dialettale ma nazionale.
E lo dico con tutto l’amore per i dialetti, enorme ricchezza della nostra lingua e letteratura. Ma un conto è esprimersi in dialetto, un altro è non saper cominciare o terminare le frasi in italiano o rifiutarsi di parlare nella lingua nazionale. Una lingua bellissima che qualcosa ha pur significato nella cultura europea.
E non venitemi a dire che è il solito razzismo verso il sud di uno del nord: questo presunto ‘razzismo ’ non è che la vostra frustrazione e sta tutto nella vostra mente.
Siamo un popolo, abbiamo una  cultura e una lingua, siamone fieri come i Finlandesi! E viva i dialetti anche se ormai sono una variante dell’italiano.
Pensate come mi sento io quando traducono la locuzione milanese ‘ tri cucümer e un peverun ’ (che significa cosa pagata o che costa  poco) come ‘ tre cocomeri e un peperone ’ e non come la vera traduzione ‘ tre cetrioli e un peperone ’ (che fra l’altro ha più senso) e ci si sente dire: “ ma io ho sentito tre cocomeri e un peperone ”. Ma da chi? Dove è nato? Quanti anni ha? In milanese cocomero inteso come anguria o popone che dir si voglia non esiste nemmeno. L’anguria si dice ingüria. La zucca si dice süca (con la s aspra) e gl’italici zucchini si chiamano i süchett. Cucümer sono solo i cetrioli.
Conserviamo i nostri preziosi dialetti, tenendo presente che ormai, lo ripeto, son da qualche secolo varianti dell’italiano. I dialetti nacquero dall’incontro fra le lingue locali, celtico, veneto, umbro, sabellico, sannitico, apulo eccetera con il latino, lingua dei dominatori Romani (cercate cos’era la Lega Italica ai tempi dei Romani: gli ultimi ad arrendersi furono i Piceni che scrivevano sui proietti delle fionde al comandante romano: ‘ mentre tu combatti qui tua moglie ti fa le corna a Roma ’). Poi furono varianti locali dell’italiano toscano che si andava, per merito dei suoi poeti, affermando come lingua nazionale italiana. E non ce l’ho nemmeno col romano (che infatti non chiamo romanesco): io da buon milanese amo Roma, purtroppo non è sempre vero il contrario, ma pazienza, non cambierò idea per quattro coatti.
Da italiano non posso dimenticare cosa fu la Repubblica Romana e nemmeno cosa fu la Repubblica Cisalpina e il suo tricolore, bianco rosso e verde, da festeggiare il sette di gennaio, come fu a Reggio nell’Emilia nel 1797. Vorrei dimenticarmi dell’annessione al Regno di Sardegna (‘ L’unità d’Italia ’!!!), di Garibaldi, i Cacciatori delle Alpi, il lombardo-veneto, gli ‘ insorti mazziniani ’ dei principati napoleonici, il furto del Banco di Napoli (pieno delle ricchezze rubate dai Napoletani ai Siciliani...), l’esercito borbonico che se ne va in Puglia a contrastare (forse?) lo sbarco degli Albanesi..., il Plebiscito di Napoli, le ‘ province redente ’ di Trento e Trieste.
Dai, salviamo la Breccia di Porta Pia, per carità di patria... E i progetti di un’Italia federale di Carlo Cattaneo.
La cultura, l’arte, gli scambi fruttuosi testimoniano della nazione italiana anche quando non era Italia. Quanti sanno che Antonio Vivaldi, uno dei massimi musicisti italiani, era veneziano figlio di due tintori: il padre immigrato da Brescia, la madre da Matera?
E esempi a non finire in tutto il mondo mercantile e culturale di scambi continui fra le varie zone dell’Italia e, tramite le zone di confine, con il resto d’Europa.
Recentemente alla Scala hanno dato “ Lucio Silla ” di Mozart, opera bellissima. Avete mai fatto caso che con tre opere: “Mitridate re di Ponto ”, “Ascanio in Alba” e “ Lucio Silla ” Milano è dopo Vienna la città in cui Wolferl ha dato più opere? E la prima che credette in lui. Non fosse stato per l‘opposizione di Maria Teresa l’avremmo avuto per un po’ d’anni a Milano. Ma lo sanno questo i Milanesi? O meglio quei rettiliani mutaforma che hanno sostituito i Milanesi.
Ma oggi ci decantano che grazie all’euro c’è l’Eurozona, l’Unione Europea e  di conseguenza l’Europa! Prima infatti non c’era: il continente era un immenso ghiacciaio inerte.
Ahimè, è proprio vero che al male non c’è limite.
Da popoli che hanno troppo combattuto fra loro per non amarsi oggi, a popoli che ricominciano a guardarsi con sospetto, a darsi le colpe l’un l’altro.
Ma non importa: c’è stata e dunque sempre ci sarà una Cultura Europea e Italiana che non teme nessun confronto con la Storia, con la S maiuscola. E continuerà a dispetto di chi ci vuole mettere uno contro l’altro, disponendoci in una dimensione falsamente unitaria e dittatoriale in nome di miti monetari ed economici.
Abbiamo sconfitto l’aristocrazia perché abbiamo capito che la guerra fra stati era un loro gioco di famiglia. Anche l’incubo di oggi finirà e torneremo a essere popoli che dialogano fra di loro, e saremo anche più utili al resto del mondo: il mondo non può fare a meno dell’Europa dopo che ne ha sposato le linee guida del suo sviluppo. Pensateci: è una nostra precisa responsabilità. L’alternativa è un mondo in cui il medioevo cosiddetto barbarico sembrerà una luce di saggezza al confronto.
Ma ero partito dai Finlandesi, che a detta di tutti sono dei buoni ragazzi, e buone ragazze soprattutto.
Essi amano la loro patria e identificano se stessi con la loro stupenda lingua, perciò la coltivano con la poesia, declinata in tutti i modi. E non si preoccupano di essere grandi poeti ma solo di misurarsi e valorizzare il loro idioma, fosse solo per leggere le proprie cose fra di loro o al saggio di fine anno della scuola superiore. Non solo, ma lo stesso fanno le minoranze linguistiche lapponi, svedesi (6%) e tedesche e non credo che la minoranza svedese bruci le biblioteche finniche o russe (altro impero ingerente).
È vero, è un altro mondo: a un chilometro fuori da Helsinki, dove risiede la maggioranza della popolazione, giri per una settimana e non incontri che renne e orsi (allora l’Eden esiste!), ma le statistiche mondiali ci dicono che il mondo si va conformando non, come ci vogliono far credere, in giganti che lottano fra loro (USA, Europa, Russia, Cina, India ecc...) ma in stati piccoli, sovrani e indipendenti con una popolazione media di sette-otto milioni di persone. Avete capito bene: 7-8 milioni di persone! Meno della Lombardia! Un paese leader dell’economia fra una ventina d’anni sarà la Corea del Sud che ha meno abitanti dell’Italia!
Il futuro dice che piccolo è bello, che differente è bello, che indipendente, autonomo e sovrano è bello e funzionerà. Non è il caso che vi faccia notare che un individuo su sette milioni in totale, vale più che uno su cinquecento milioni del colosso europeo. 1/500.ooo.ooo è uguale a 0,000000002, mentre 1/7.ooo.ooo è uguale a 0,000000143. Cioè a un rapporto di 71,5 a 1. In mere cifre aritmetiche e non in ricaduta sociale che sarà molto più incisiva.
Uno dice: e questo che c’entra con la poesia? Be’ c’entra, e molto e se non lo avete capito tornate a leggere Repubblica (e compagnia cantante) e a vedervi i talk show di mamma Rai (e compagnia cantante).
Vi amo Finlandesi (soprattutto le Finlandesi) che vi siete attaccati al carretto della Germania, ma in fondo siete pochi, simpatici e vi piacciono gli orsacchiotti e le renne, e vi amo Italici che non siete altro ma che non ostante tutto credete ancora in questo paese glorioso e sciagurato.

 Tutte le poetesse finlandesi sono così. Se non è vero: NON VOGLIO SAPERLO!