domenica 13 dicembre 2020

L'orgoglio d'essere Italiani

Antonio Canova - Le Grazie

 
Per una volta prendo spunto da un fatto di cronaca per un breve post.
In questi giorni è morto Paolo Rossi che con i suoi goal fu fondamentale per far vincere all'Italia il mondiale di calcio del 1982 in Spagna.
Ai tempi ero un appassionato di calcio e ricordo bene quei mondiali e quelli del 1978 dove avevamo una squadra più forte, ma doveva vincere l'Argentina. Penso che i decenni '60, '70, '80 abbiano mostrato il calcio e i calciatori migliori.
Oggi del pallone non me ne frega niente perché è diventato un altro gioco, io lo chiamo ' calcio balilla senza tubi '. La tecnica è strana, da calcetto ma su campo grande, i giocatori brutti e sgraziati, il pallone gonfiato a 40 atmosfere che appena lo tocchi svirgola in orbita. Portieri che non parano più, errori tecnici o di posizione che una volta non facevano nemmeno i pulcini. Tutti che sembrano correre come matti ma se li guardi bene corrono solo quando hanno la palla e mai senza: prendono solo la posizione giusta e aspettano che la palla gli arrivi. Calcio balilla senza i tubi appunto.
Ma non è del calcio che voglio parlare, è che come sempre succede in questi casi salta fuori la frase, riferita a quei giorni, sul sentirsi orgogliosi di essere Italiani.
Faccio due brevi riflessioni.
Se l'orgoglio dell'appartenenza nazionale è legato alle vittorie sportive non solo siamo messi male, ma è anche un errore strategico. Oggi Paolo Rossi ' Pablito ' è forse uno dei pochi calciatori di quegli anni conosciuto dai più giovani che per loro disgrazia sono cresciuti a pane e calcio balilla senza tubi e sono convinti che il calcio migliore sia quello che hanno sempre visto. Le immagini di allora erano analogiche e di scarsa qualità rispetto al HD del digitale. Qualcuno quell'Italia se la ricorda bene, ma è inevitabile che nell'arco di pochi decenni non se la rammenterà più nessuno. Quindi o si vince un mondiale a generazione o il meccanismo si ingrippa.
Ma ciò che è davvero assurdo e tragico è che siamo il paese al mondo più ricco di testimonianze storiche e artistiche. Nell'arte abbiamo davvero insegnato al mondo. Secondo voi perché trovate studenti coreani che vengono in Italia per la musica o la pittura?
Non sarebbe più logico pensare, logico e obbligato dai fatti, che sia l'arte, la cultura la storia del nostro paese a farci sentire orgogliosi di essere Italiani?
Invece di far vedere paesaggisticamente sempre gli stessi monumenti, le stesse città, gli stessi quadri, dandone pietose descrizioni abborracciate, come se si dovesse comporre un depliant turistico, seminiamo un po' di cultura, di comprensione per l'arte, di contezza di cosa è stata l'Italia per il resto del mondo, di capacità di valutazione, di lettura dell'opera d'arte. Consapevolezza e basta.
Abbiamo un valore eterno che non può essere dimenticato, di tale vastità e importanza che non solo naturalmente dovrebbe essere il nostro elemento di riconoscimento, ma che ci farebbe sentire orgogliosi ma allo stesso tempo quasi intimoriti di appartenere a questo Paese.
Vivere senz'arte è per me inconcepibile ma mi chiedo quale mondo sarebbe senza l'arte, la cultura, la storia, la conoscenza. Ma quella vera, non quella cosmetica che oggi è chiamata cultura ma è un calcio balilla senza tubi.
Ma come pensa la gente di vivere?

R.P
Renatus in aeternum

posteris memoria mea.

giovedì 26 novembre 2020

Libertini o liberisti?

In questo periodo in cui si parla solo della covid19 io non ne parlerò, verrà forse il giorno in cui dirò quello che penso di questa epidemia. Adesso il problema è un altro. Questa epidemia è strumentalizzata un po' da parte di tutti, tutti coloro che hanno interesse a nascondere la crisi finanziaria che non è stata punto determinata dal cosiddetto lock-down ma che era già in atto e, siccome era già in atto, a molti è venuta la tentazione di utilizzarla per i loro loschi intrighi. Se almeno non si è capito che il virus è la foglia di fico di qualcos'altro allora addio! Ebbi già modo di dire che il problema della crisi in Italia e in molti paesi dell'Europa è stata determinata dalle scelte della Unione Europea, dalla sua moneta e dalle regole di bilancio. Dicevo anche però che se per un incanto dovessero sparire UE e euro ne avremmo un bel sollievo ma non ci troveremmo in un mondo ideale e perfetto. Infatti la UE e l'euro, per quanto odiosi, sono solo espressione di una tendenza generale del mondo che possiamo definire ideologia ordo-liberista, la quale ha come suoi vessilli la globalizzazione e la mondializzazione quali strumenti soprattutto mentali per normalizzare tutto. Tutto il resto deriva di conseguenza, anche se gli interessi sono contrastanti e spesso ne prevale uno e poi un altro e poi un altro ancora con effetti diversi e generale senso di confusione. Bene, ma nemmeno questa è una novità dei nostri tristi anni. Propongo due pagine tratte dal romanzo “Justine” del marchese Donatien Alphonse François de Sade. Romanzo pubblicato nel 1791. Uso qui l'edizione della collana Oscar Classici, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1976, X ristampa 2000. Un brevissimo riassunto per contestualizzare il testo. Justine, che si fa sempre chiamare Therese ed è la voce narrante del romanzo, sta raccontando di quando rincontra quel tale Saint Florent che, agli inizi delle sue peripezie, Justine aiutò ed egli per tutta riconoscenza la violentò dopo averle dato una botta in testa. Non voglio qui dissertare sul romanzo più di quanto le righe del testo me lo suggeriranno. Faccio solo notare che se è una ovvia necessità drammaturgica che Justine non si chiami col suo vero nome, ma con un altro molto comune nel settecento, poiché sta parlando senza saperlo con la sorella Juliette, che ha sfruttato a differenza di Justine la sua bellezza e dissolutezza per fare carriera e diventare una nobildama, potrebbe anche essere che fra Justine e Therese ci sia una ben più profonda differenza. Fra idealismo e realismo, vittima e carnefice, indole e comportamento, apparenza e realtà, individuo e società ecc... Ci tengo anche a dire che de Sade utilizza la parola libertino nell'accezione stretta di persona dedita a pratiche sessuali giudicate immorali. In realtà sappiamo che il libertinismo è una teoria filosofica iniziata con l'abate Pierre Gassendi (1592-1655) la quale aveva come base il concetto che l'uomo non può liberarsi della sua natura animale e quindi questa va assecondata per non esserne schiavi. Teoria alla base dell'approccio tantrico dello yoga e dell'induismo, fra l'altro. L'accettazione di questa evidenza ovviamente porta a ipotizzare una libertà assoluta dell'investigazione filosofica, teologica e scientifica, da cui il nome. In senso politico il Libertinismo non è contrario alle teorie che porteranno all'estensione del potere dagli aristocratici al popolo, in un arco multiforme che va dalle formulazioni anarchiche a quelle proto-democratiche, ma ritenevano prematuri i tempi perché ciò avvenisse nelle istituzioni pubbliche. Occorreva attendere una presa di coscienza delle masse e ciò poteva avvenire solo per via culturale e progressivamente. Nel romanzo si parla del libertinismo sessuale come allegoria di quello politico e filosofico. Insomma, Therese incontra Saint Florent che le proporrà di lavorare al suo servizio e quello che egli vuole è scritto nelle due pagine seguenti che potrebbero essere state redatte oggidì. Ho sottolineato le frasi che più di tutte possono spiegare anche il motore di tante vere depravazioni che stanno uccidendo il mondo. Qui Saint Florent spiega la psicologia sua e di quelli come lui, la potremmo chiamare la psicopatologia del potere. Naturalmente il senso del testo va considerato al netto delle specifiche aberrazioni sessuali che hanno solo un valore emotivo. 
 


Dai delitti compiuti si alimenta il desiderio di nuovi crimini, nella certezza dell'impunità. I mezzi divengono sempre più spietati perché è dalla spietatezza che essi ricavano il senso di onnipotenza. E dove la violenza del dominio colpisce? Negli strati più deboli della società dove la privazione di tutto lascia il posto al puro istinto di conservazione, a ogni costo. Quante volte lo abbiamo sentito: la vita è bella! Anche nei lager nazisti secondo un fine comico, letterato esponente di rilievo di quella banalizzazione del bene che nutre questo mondo ordo-liberista. Ma se il progresso economico, scientifico, sociale, che deve essere affermato per avere la legittimazione se non direttamente politica almeno morale al comando, se il progresso dovesse ridurre le fasce di povertà? Ebbene allora ci sono strumenti per impoverire le persone. A seconda del momento si può ridurla alla fame o all'accettazione di restrizioni, utilizzando ogni mezzo: senso di colpa perché hai ' vissuto sopra le tue possibilità ', perché stai inquinando, perché c'è chi è più sfortunato di te, perché hai il dovere di accogliere tutti i migranti che scappano perché non hanno i tuoi privilegi, perché sei bianco e occidentale, perché anche voi siete emigrati, perché il tuo paese era colonialista ecc... Insomma la banalità del bene e del giusto dopo la banalità del male. Si agisce sull'economia, sulla cultura, sul linguaggio... ogni metodo può essere utile. E la gente si dimostra, sempre da secoli, pronta a leccare la mano di chi la sta torturando perché ti dà il becchime (la gallina di Stalin), o il vaccino o il reddito di cittadinanza ecc... Ma non si può fare tutto da soli occorre avere dei complici: consulenti finanziari, magistrati, militari, medici, funzionari pubblici, insegnanti, giornalisti e ogni genere di vassalli e valvassini che ti diranno che lo facevano perché obbedivano agli ordini... Vedi Therese, è il mondo che va così, tutto sta nell'abituarsi e nell'approfittare dei più deboli, dei più idealisti, di quelli che si fanno scrupoli, di chi ha una coscienza e una dignità umana, di chi ha onestà intellettuale, di quelli che temono di non essere al passo coi tempi che cambiano (ah! buona questa: i tempi che cambiano!). 
 
R.P.
 
Renatus in aeternum
 
Posteris memoria mea

lunedì 19 ottobre 2020

Fenomenologia, etica ed epistemica del Risotto alla Milanese

 

Pieter Bruegel il Vecchio - " Banchetto nuziale " 1568

Fra la cultura va inserita anche la gastronomia e la culinaria. Si può considerare un'arte applicata, un po' come il mandala di sabbia buddhista che una volta completato e utilizzato per il rito è consumato, confuso e distrutto. Così il cibo.

L'ignoranza in cucina, soprattutto dei giovini, è tanta e tale da spingermi alla scrittura di quest'articolo.Sono milanese e prenderò spunto da una ricetta base e famosissima della nostra cultura. Sulla cucina milanese ho sperimentato e ricercato per anni, lo faccio tuttora, e stavolta affronterò il tema del risotto giallo o allo zafferano.Ho in casa un vecchio libro di cucina milanese che si intitola “ Vecchia Milano in cucina ” di Ottorina Perna Bozzi, Martello editore, non c'è l'anno. Questo libro raccoglie, secondo quanto detto dall'autrice, le ricette collezionate chiedendo a suoi conoscenti, autenticamente milanesi, sui piatti della loro cucina quotidiana. Su questa base ho ricercato, soprattutto avvalendomi non tanto delle ricette, che spesso appunto sono semplificate come accade nella cucina domestica quotidiana, quanto delle notazioni storiche.

Comincio con un riassunto della ricetta consolidata del Risotto alla Milanese. La do per conosciuta ma ne descriverò i passaggi data la barbarie dei nostri tempi. In seguito farò delle considerazioni le quali mi hanno portato alla mia ricetta di risotto alla milanese. Molti rabbrividiranno come sono rabbrividito io nel vedere certe ricette di risotto alla milanese in certi video di grandi chef o in quelle di poveri pisquani alla ricerca del risotto attuale secondo la moda bistornata e corrotta dei tempi moderni.

In un tegame a bordi alti si rosola nel burro della cipolla tritata fino al punto di prima coloritura, indi si aggiunge del midollo di bue e poscia il riso che si fa tostare ben bene. La tostatura del riso è un'operazione fondamentale e va prolungata. Il tipo di riso da utilizzare è il Carnaroli. Si fa sfumare un bicchiere di vino bianco e si comincia ad aggiungere, mestolo dopo mestolo, il brodo di carne di manzo. Si porta il riso a cottura al dente in modo che resti molto cremoso, si dice ' all'onda ' .

Si spegne e si aggiunge lo zafferano in pistilli o polverizzato. Lo zafferano tradizionale del risotto alla milanese è quello de l'Aquila (città abruzzese per i non italiani). Si aggiunge il formaggio Grana Padano grattugiato e si mescola. In ultimo si mette un pezzo di burro crudo e si manteca. Si copre il tegame per un paio di minuti e si serve con una leggera spolveratura di pepe.

Considerazioni critiche alla ricetta consolidata. La cipolla deve essere il tipo milanese dorata o bianca. La cipolla andrebbe secondo la tradizione fatta ' palpare ' ossia ammorbidire senza colorire, ma io non sono d'accordo perché rischia di prendere in cottura il sapore di cipolla bollita. D'altra parte se si parte con la rosolatura e poi si mette il midollo, tostando il riso la cipolla tenderebbe al bruciaticcio. Dunque vi è una contraddizione nella ricetta tradizionale. In ogni caso la rosolatura va fatta col burro: un risotto con la cipolla rosolata nell'olio è una bestemmia per un milanese. Molti accentuano l'acidità data dal vino, che era rosso in origine e poi bianco per non sporcare il colore del risotto. In effetti è meglio anche nel gusto: usare il vino rosso è da paesani anche se non sbagliato in sé. A me un risotto troppo vinoso e acidetto non piace.

Le due scuole di pensiero affermano l'una che il risotto deve sapere di brodo, l'altra che deve sapere di formaggio. Per me deve sapere di tutt'e due ma non di vino. Del resto l'uso del vino è tipico della cucina brianzola, in quella milanese non si mette di solito nessun vino.Il brodo di carne deve essere di manzo o di... ma lo dirò in seguito: deve essere un brodo saporoso. Nessuna chance per il brodo vegetale o di pollo. 
Ho sentito dire dal cosiddetto grande chef Cracco che se si vuole più leggero si può fare con l'acqua! Con l'acqua?! “ Oh man! Are you serious? What the fuck! ”. 
Si deve usare il Grana Padano preferibilmente al Grana Parmigiano Reggiano che è troppo stagionato. Il Grana Padano, discendente del cacio di Lodi, che anche Casanova, che per parte di madre era di Parma, diceva essere migliore di quello parmigiano rende i piatti più paciosi, più accoglienti. Sullo zafferano direi di stare sul nazionale e usare quello aquilano, non farei esperimenti con zafferani esotici che sono di tanti tipi ma hanno sapori differenti dal nostro. Forse potrebbe andare quello spagnolo perché il risotto giallo arriva da lì.

Ne approfitto per dire che tutte le stupide novelle sull'origine delle ricette o dei nomi dei piatti milanesi, ma temo non solo, sono delle solenni baggianate.

Allora, in India il riso giallo è tipico nelle feste di matrimonio. La cucina indiana, che è solenne, arriva verso il mediterraneo probabilmente coi Turchi e da lì passa ai Saraceni, alla penisola Iberica e poi giunge anche a Milano con gli spagnoli. Forse prima dell'amministrazione spagnola ma è sicuramente in quel periodo che si afferma almeno nel modo in cui lo conosciamo. La cucina milanese è molto affine a quella di certe zone della Spagna: Castilla, Cataluña (chiedo scusa ai catalani ma storicamente devo esprimermi così), Asturias, Madrid, Valencia…

Alla fine si manteca con BURRO! Mantecare con olio d'oliva o panna è inammissibile. Se si vuol fare un risotto bianco mantecato con panna, o un formaggio o quello che volete, si può fare, non siamo più un paese democratico ma questo si può ancora fare: MA NON È UN RISOTTO ALLA MILANESE.

L'aggiunta di una spolverata di pepe, benché appartenga ai gesti della cucina milanese, a me non piace perché ammazza il sapore delicato dello zafferano. Al vostro gusto comunque. Un'altra cosa: non fate quei risotti anemici, mettete doppia dose di zafferano.

Fatta la premessa e le relative considerazioni passo alle mie riflessioni e alle mie modifiche del Risotto alla Milanese. Fateci il caso che volete, non m'interessa. In questo blog non devo insegnare a cucinare agli sprovveduti, ma fare cultura.

Il Risotto alla Milanese nasce come zuppa, o sia era più brodoso dell'onda, anche se tutte le zuppe milanesi sono dense e appena si può si ispessisce il brodo: per esempio schiacciando le patate nel minestrone. Per fare il brodo si usava il cervellato. Un salume che ho fatto a tempo a mangiare ma che non si trova più da decenni. Il salumiere vicino a casa, dove andava mia nonna Rosetta, si chiamava Andreino, ma il cervellato lo faceva solo lui che io sappia.

Traggo dal libro della Perna Bozzi due ricette di cervellato: quello milanese e quello monzese. Sono tratte dal libro “ Il cuoco milanese ridotto all'ultimo gusto e perfezione ” di ignoto, stamperia Sirtori, Milano, 1791.

«                                         Cervellato milanese

Una libbra di panzetta di maiale fresca, altra libbra di midolla di manzo e grassa, tridato ben fino, unitevi un'oncia tra cannella, garofano e noce moscata in polvere e un'oncia di sale, mezza libbra di formaggio grattugiato, sbattete il tutto e riducetelo come una pasta, se sarà d'inverno unitevi un bicchiere d'acqua bollente sbattendolo ben assieme, pulite i budelli di bodeno, coloriteli con poco zafferano dandogli un bel colore giallo all'esterno, empite i bodelli di detta pasta passandoli al cornisello, divideteli nella lunghezza di sei dita, tortigliateli e servitevene per le minestre. »

«                                       Cervellato ad uso di Monza

Una libbra di grassa di maiale sotto la tettina e pestatela fina, unitevi una quarta di formaggio, mezz'oncia di sale, mezz'oncia di drogheria e poco pepe rotto, impastate il tutto, se è d'inverno ponetevi mezzo bicchiere d'acqua bollente sbattendolo bene ed insaccatelo nel budello come sopra. »

Era dunque un brodo di salume, quindi di maiale. E se vi pare strano sappiate che il brodo cinese è fatto con costine di maiale. A Milano si filtrava prima di usarlo per il risotto o le zuppe, e infatti nel Risotto alla Milanese non c'è la salsiccia come nel Risotto alla Monzese. Siccome il cervellato milanese era avvolto nello zafferano, prendeva il colore giallo come il sole (suvarnavarna in sanscrito: letteralmente ' il colore del bel colore '). Allora si buttava il riso e con l'amido e il grasso del cervellato la zuppa era già bella densa. Una bella formaggiata un po' di pepe e via. Infatti i vecchi milanesi, quando si era già trasformato in un risotto, lo mangiavano ancora col cucchiaio.

A Milano non si trovano risotti con dentro altri ingredienti, come invece è normale in Brianza o nella Bassa Padana o Pavia e Novara, nemmeno i funghi anche se ormai sono ritenuti un classico dai più, ma sbagliano perché il fungo lascia molto evidente il suo sapore.

La ragione sta nel fatto che da zuppa il risotto si è trasformato, nella cucina nostra, in un accompagnamento, o in contorno se preferite, e si serve, almeno nei pranzi di una qualche importanza, con un umido di quelli glassati, ristretti: scaloppe, ossibuchi ecc.. Con gli umidi più lunghi e sugosi si preferisce la polenta.

Piccola digressione sia per gli italiani sia per gli stranieri: i rumeni sono convinti di aver inventato loro la polenta, come se per far cuocere della semola di cereali nell'acqua ci voglia Einstein. Nell'Italia del nord da Bergamo fino in Piemonte, cioè nella Pianura Padana occidentale, la polenta si fa dura e si tagliava col filo in fette. Da oriente della Bergamasca fino al triveneto si fa molle. Nel nord Italia l'umido si mette sopra e non si mescola dentro la polenta. A Milano si usa la farina di granoturco bergamasca, la Bramata oro, evitate di usare il Fioretto che la fa troppo collosa. Non fate quelle porcherie all'americana mischiando farina di mais con semola di grano. La parola polenta viene dal latino puls (pultis...) fatta col semolino è una pappa da bambini. O da cucina di poveri.

Detto questo espongo la mia ricetta di Risotto alla Milanese che mi pare di aver legittimato storicamente.

Dunque prima preparo il brodo utilizzando al posto del cervellato della lüganega, che è la classica salsiccia milanese. Il nome non deriva dalla Lucania, come si dice, ma dallo spagnolo longaniza. Ne esiste un tipo classico e uno al finocchio. Si userà il tipo classico. Le verdure sono meno importanti: aglio, cipollotti col verde, alloro, spezie (pepe, cannella e noce moscata) e due o tre chiodi di garofano. Nelle minestre e nei risotti viene più buono aggiungendo un fondino di prosciutto cotto. Lo lascio raffreddare e lo sgrasso filtrandolo. Tosto il riso a secco più che si può. Nel tegame a bordi alti rosolo le cipolle tritate (o i cipollotti, che sono ancora più delicati) nel burro o se ne ho nel grasso d'arrosto. Il grasso d'arrosto è la parte grassa del fondo dell'arrosto fatto in casseruola. Se non se ne ha si può far rosolare a parte nel burro della pancetta tesa o della lüganega con aglio, salvia e rosmarino e spezie. Poi si filtra e si usa solo il burro.

Aggiungo nel tegame il riso tostato e faccio sfumare un bicchierino di Sherry, inteso come vino di Xeres de la Frontera, che arrotonda di molto il gusto. Si può sostituire senza inconvenienti lo Sherry con un bicchierino di Vermouth extra dry o Marsala vergine soleras (assolutamente secco; niente Garibaldi o altro: extra vergine soleras). Se preferite, usate un bicchiere di vino bianco secco, ovviamente.Porto a cottura col brodo. Alla fine, a fuoco spento, metto lo zafferano e faccio diventare tutto giallo. Completo la mantecatura con burro (usate un burro buono! io uso quello danese) e Grana Padano. Non metto il pepe, ma voi potete anche farlo.

Non ho mai provato, ma si potrebbe fare il brodo con della pancetta di maiale fresca e lüganenga. Se il brodo di maiale vi sembra greve, a me non pare, anzi, fatelo col solo fondino di prosciutto. Non uso il midollo di bue perché non mi piace. Preferisco sfumare un vino liquoroso secco come dovevano essere i vini spagnoli del passato, per esempio il Madera che si usa nelle scaloppine, per cui va bene il Muscatell, ma per il riso usate il Madera classico. Per tradizione si contano due pugni di riso a testa come nel charukarma che si usa nel Sacrificio nel Fuoco (Agnihotra) indiano ma dipende: se dovete mangiarlo da solo come primo o se deve accompagnare umidi o intingoli, e anche dalla fame che avete. Uso il doppio della dose di zafferano come ho già detto e vi invito a fare altrettanto.

Si accompagna con vino bianco o anche rosso secondo la tradizione, se usate il rosso andate cauti: un rosso non troppo impegnativo. Se servite assieme un umido, scegliete il vino rosso in base alla ricetta della pietanza.

Servitelo all'onda e buon appetito!


Devi Annapurna la " Piena di cibo "

 

R.P.

Renatus in aeternum

Posteris memoria mea


domenica 6 settembre 2020

Necroscopia del cinema

In questo articolo vorrei spiegare perché i film da qualche decennio a questa parte fanno schifo. Ne darò un taglio di quadro, di ripresa, di scelta compositiva dell'immagine e dunque della scena. Non considererò le carenze di soggetto, scrittura, sceneggiatura, recitazione e scelte fotografiche. Non è questo il mio campo, non sono un fotografo e rispetto al piano letterario si dovrebbe analizzare ogni opera. E poi bene o male queste sono operazioni che può fare chiunque.

Allo stesso tempo non mi soffermerò sugli attori e sulla recitazione, non tanto intendendone la bravura quanto indicando come l'espressività sia cambiata anche in ragione delle scelte di ripresa e, come già detto, di inquadratura.

Pure non ritengo responsabile la televisione nella regressione del cinema: alcune serie televisive sono anzi fra i pochi superstiti del cinema, sono poche e una serie non può avere la coerenza di un film, anche perché spesso i registi si alternano, ma in qualcuna (pochissime) di esse si è fatto vero cinema. Similmente nemmeno la pubblicità è la causa dello scadimento del linguaggio cinematografico per il semplice motivo che lo scopo della pubblicità è mostrare bene il prodotto e questo ha le sue regole, che però non starò a esaminare (anche se è cambiato il modo di considerare il consumatore così come è avvenuto nel cinema).

Sull'influsso malefico della grafica computerizzata (i videogiochi) non ne sono per nulla a conoscenza e dunque non posso affermare niente. Qualcuno in passato me la indicò come causa, ma davvero non ne so abbastanza.

Va premesso che ciò che dirò brevemente non è qualcosa che prima non esisteva, ma oggi (con oggi va inteso un paio o anche tre decenni almeno) si utilizza acriticamente e con una regolarità disarmante.

Dunque mi soffermerò sul quadro della ripresa.

La prima cosa che si nota è che la macchina da presa non è mai ferma ma continua a essere spostata nelle varie direzioni, anche in modo infinitesimo. Mi riferisco alle inquadrature fisse che appunto non sono più tali: la macchina trema. Questo è fastidioso da un punto di vista percettivo e, mentre dovrebbe produrre una specie di stato di tensione continua, dà dei sintomi tipo mal di mare. Lo scopo sarebbe quello di dare l'impressione di essere in mezzo alla scena o agli attori, ma se io sono in mezzo ad altre persone non li guardo muovendo continuamente la testa, a meno che non sia affetto da malattie degenerative del sistema nervoso centrale. È un caso in cui per simulare una 'spontaneità' un 'realismo' si induce l'accettazione di una convenzione patologica.

Cosa ancora più grave è la combinazione di questo effetto con un altro ancora più pernicioso. La macchina si muove mentre si muovono gli attori, preferibilmente più velocemente o in senso opposto. Vedremo nel primo caso la ripresa che sorpassa gli attori per poi riprenderli aspettandoli oppure girerà intorno fino a fermarsi in un altro punto di ripresa di solito scelto ad mentula canis. Faccio un esempio.

Un gruppo scende da un'automobile, quindi già da punti e direzioni diverse, e la macchina da presa, come fosse uno di loro, li riprende prima da una parte e poi schizza facendo un giro opposto a riprenderli da un'altra posizione. Sarebbe come se lo spettatore fosse parte del gruppo, dunque lo scopo è quello di aumentare il senso di appartenenza all'azione (ma poi è corretto che lo spettatore sia in mezzo ai personaggi?) ma di fatto lo fa muovendosi in modo da intralciare lo scorrere dell'azione o dando l'impressione di doversi levare per dar luogo alla scena. Il massimo dell'irrealismo convenzionale del cinema.

Questa fissa per la simulazione dell'appartenenza alla realtà ripresa, che è convenzionale nel cinema ma supposta vera in un documentario (è un'altra forma di convenzione in effetti), potrebbe derivare dai giochi al computer. L'effetto però è che, non avendo un ruolo attivo, lo spettatore è considerato come un deficiente a cui, se non fai credere che quello che succede lo riguarda, accadrebbe infallibilmente di distrarsi.

Spesso poi, in quasi tutte le scene c'è troppo movimento, o di azione proprio o qualcosa che si agita eccessivamente o richiama il senso di qualcosa che si muove. Anche qui, par di capire, altrimenti lo spettatore si distrarrebbe. Come quando si agita qualcosa di fronte ai bambini per attirare la loro attenzione.

Passando all'analisi del quadro di ripresa si nota che la quinta di fondo contiene sempre delle righe rettilinee, orizzontali o verticali, per enfatizzare l'instabilità della bolla della macchina da ripresa o il movimento di cui si è detto sopra.

Altro elemento che non manca mai, sempre sulla quinta di fondo, è una fuga indefinita che va nel nulla o comunque risulta indeterminata. Espediente molto usato per i film gialli o horror per dare l'idea che da lì esca qualcosa o trasmettere il senso dell'ignoto dietro 'quella porta', ma che evidentemente non può essere usato sempre per ogni tipo di film o scena.

Molto di frequente qualcosa si sovrappone ai visi degli attori, una cancellata, un velo o anche della luce a linee o degli oggetti in modo di formare un gioco di 'ti vedo-non ti vedo' che annoia presto e implica la presenza di ombre portate sul viso e sul corpo degli attori. Questo comporta lo spezzarsi dell'unità del corpo del personaggio.

Poi c'è sempre una fonte di luce all'interno del quadro che interagisce con gli attori: davanti, dietro, di lato, non importa basta che ci sia: candele, luce radente da finestre o lampade ecc... ma deve essere in evidente contrasto con l'illuminazione di scena e senza una distinzione di piani di lettura, ma tutto sovrapposto a casaccio.

Molto di frequente, sempre per dare il senso di essere dentro il film, la ripresa è troppo chiusa, tagliando pezzi di testa o provocando addirittura la scomparsa di un soggetto se la scena è d'azione.

Nei dialoghi poi ci deve essere sempre, sempre, almeno la sagoma dell'interlocutore del personaggio ripreso (leggi: perché se no lo spettatore crede che l'attore stia parlando col muro, cioè non capisce che l'altro è sempre lì, cioè in pratica lo spettatore è un minorato). Questo si faceva anche prima ma non 'sempre' ma a maggior errore oggi si preferisce che un attore o la sagoma dello stesso impalli il personaggio ripreso direttamente. La mania delle sovrapposizioni.

Così, per contraddizione, avviene che in un gruppo anche di soli tre personaggi dopo una battuta l'inquadratura si stacca su uno o anche tutti separatamente per mostrare la reazione. Lo spettatore è preso per un ritardato che non riesce a notare la reazione importante se deve vedere ben tre personaggi contemporaneamente.

Per concludere indico due vere patologie iconografiche. La prima è l'uso fuori luogo di qualche effetto speciale, anche minimo, ma che serve per imbottire meglio la lasagna e creare movimento, tensione, confusione, richiamo per il bambino distratto.

La seconda è l'esposizione volutamente sbagliata per cui da una parte è troppo scuro e dall'altra troppo chiaro e in genere non sono soggetti i protagonisti ma parti del paesaggio e oggetti di scenografia di nessuna importanza con la narrazione. A volte si arriva allo sfuocamento voluto e enfatizzato del soggetto e alla messa a fuoco di una parte del quadro a caso.

Naturalmente a tutto questo vanno aggiunti la scelta del luogo, la 'location', fatta per motivazioni puerili o davvero a caso, gli scorci che più sono strani più 'è interessante', le riprese rigorosamente da sotto o da sopra o di lato o sghembe.

Il bello è che tutte queste cose che ho detto sono già state usate, per ragioni dettate dalla trama o dal momento del film o anche come sperimentalismo da sempre e si sono espresse, ma sempre con una logica, soprattutto negli anni sessanta. E oggi sono spacciati per novità. Per dare una mano di vernice nuova al cinema che ormai annoierebbe tutti altrimenti.

La ragione sembrerebbe la patologica incapacità dello spettatore di mantenere la concentrazione per più di pochi minuti o la convinzione che una cosa quanto più sia complicata tanto più sia colta e interessante.

Va notato a questo proposito il volume della colonna sonora che è quasi sempre più alto della voce dei dialoghi. Segno controproducente sulla qualità letteraria del dialogo o di stima che allo spettatore le parole non interessino ma solo il coinvolgimento emotivo di musica, effetti, rumori e colori esagerati (e qui i videogiochi c'entrano qualcosa sicuramente).

La ragione strutturale è che il cinema passa da espressione artistica a divertimento e infine a intrattenimento. Ma questo è un altro discorso che può fare chiunque.

Insomma un'enormità di addizioni e vezzi inutili in una sorta di horror vacui che rende parossistica la visione del film annullando ogni altro codice narrativo. Soprattutto quella sedimentazione di regole e convenzioni che hanno costruito il cinema dalla sua invenzione ai massimi capolavori.


R.P.



Posteris memoria mea.


Renatus in aeternum.


 

mercoledì 5 agosto 2020