giovedì 7 novembre 2019

L'Isola d'Alcina

Siamo in quella parte dello “ Orlando furioso ” in cui compare la bella e indomita Bradamante alla ricerca del suo Ruggero.
Ella giunge presso un fiume dove incontra il maganzese Pinabello il quale afferma di sapere dove si trovi Ruggero. La giovane segue questo cavaliere che con l'inganno la fa precipitare nella grotta di Merlino dove la fata Melissa le farà il pippone sul fatto che da lei, Bradamante, e da Ruggero discenderanno gli Estensi. Con l'aiuto di Melissa, Bradamante giunge al castello incantato dove è rinchiuso, con altre dame e cavalieri, il suo amante.
Il signore di quel castello incantato è un mago che ha il suo potere nella sua cavalcatura: un ippogrifo.

E qui inizia la narrazione che vo a fare.

Questo mago cavalcando l'ippogrifo rapisce tutte le belle fanciulle dei paraggi e atterra tutti i cavalieri erranti che poi imprigiona nel suo castello.
L'arma segreta di questo mago è uno scudo che, una volta tolto dal fodero, è in grado di abbacinare tutti gli avversari.
Non ostante Bradamante sappia queste cose è risoluta a liberare il suo Ruggero e tutti gli altri ospiti forzati del castello.
Ariosto dice che questo mago cavalca l'ippogrifo e ha alla mano sinistra lo scudo e alla destra un libro sul quale sono scritti tutti gli ordini magici per cui può fare le sue azioni.
All'improvviso Ariosto sente il bisogno di precisare che l'ippogrifo è un animale, nato da una cavalla e un grifo, come di rado succede che si accoppino nelle terre dell'estremo nord.
Perché il nostro ser Ludovico, mentre parla di fate, maghi, anelli magici, castelli e scudi incantati, sente il bisogno di specificare che l'ippogrifo non è una macchina ma un animale mentre tutto il resto è incantesimo del mago?
Si potrebbe dire che non vuole che si pensi alle macchine volanti di Leonardo da Vinci per esempio, come se qualcuno fosse riuscito davvero a realizzarle. O un argomento del genere. Rimane pero strano che si premuri di negare un fatto assolutamente reale anche se non realizzato, una macchina volante, adducendo una motivazione del tutto fantastica. Oltretutto l'ippogrifo è una sua invenzione e non una ripresa classica.
La bella Bradamante si presenta sullo spiazzo antistante la rocca, ma è in armatura ed è presa per un cavaliere dal mago che inforca la sua cavalcatura e sale in cielo per piombarglisi contro.
Il poema dice che Bradamante, guardandolo, ne rimane confortata poiché il mago non ha né lancia né spada, ma solo il libro e lo scudo, infoderato.
Per altro Bradamante ha un anello magico che la protegge da ogni incantesimo. Dunque è sicura.
Ma il mago comincia a farla a segno dal cielo di numerosi colpi, maneggiando il libro, colpi che Bradamante sente ma non vede da dove arrivino, in pratica il mago le ' spara ' addosso.

“ Da la sinistra sol lo scudo avea,
tutto coperto di seta vermiglia;
ne la man destra un libro, onde facea
nascer, leggendo, l'alta maraviglia:
che la lancia talor correr parea,
e fatto avea a più d'un batter le ciglia;
talor parea ferir con mazza e stocco,
e lontano era, e non avea alcun tocco ”.

( libro I, canto IV, ottava XVII)

Ella è disarcionata e il mago procede a sfoderare lo scudo per catturarla. Ma la nostra eroina è protetta dall'anello, tuttavia finge di essere caduta in potere dello scudo abbagliante e simula uno svenimento.
Il mago atterra poco distante e si avvicina a quello che crede un cavaliere con una catena per imprigionarlo e condurlo seco. Bradamante si rialza prontamente ed è tanto più aitante del vecchio mago che ne ha ragione facilmente e lo lega con il suo stesso laccio.
Sfodera la spada per ucciderlo ma ne prova pietà: è un vecchio decrepito e non ha core d'ucciderlo. Lo interroga e viene a sapere che egli è Atlante e che il castello fatato fu da lui costruito per tenervi Ruggero che ha allevato ed è per lui come un figlio. Atlante sa che se è vero che da Ruggero nascerà una stirpe di nobili, sa anche che il suo pupillo è destinato a morire giovane. Per salvarlo lo tiene prigione nella rocca ma si premura che abbia ogni sorta di compagnia, cavalieri e dame, in modo da formare una fastosa corte ricca d'ogni ben di dio. Sa che se Ruggero sentisse il richiamo della battaglia non saprebbe resistere e andrebbe incontro al su rio destino.
Bradamante risparmia il vecchio mago ma lo obbliga a liberare tutti i suoi detenuti.
Fra gli altri e le altre esce Ruggero e i due amanti si ritrovano felici.
Ruggero sente tutta la storia e vede l'ippogrifo su cui c'è lo scudo e il libro. Cautamente s'avvicina e sale in groppa. Ma l'ippogrifo non è un cavallo qualsiasi e improvvisamente spicca il volo e si porta via Ruggero, lasciando la nostra povera Bradamante disperata.

E qui comincia il clou della vicenda.

I dati sono questi. Noi sappiamo per certo che il castello di Atlante si trova sui Pirenei, anzi vicino a quel punto in cui si dice che nelle giornate particolarmente limpide si scorgono due mari: il Mediterraneo e l'oceano Atlantico. Precisamente il golfo del Leone e il golfo di Biscaglia.

“ Di monte in monte e d'uno in altro bosco
giunseno ove l'altezza di Pirene
può dimostrar, se l'aere non è fosco,
e Francia e Spagna e due diverse arene... ”

( I, IV, XI )

Nel suo volo l'ippogrifo, con a bordo Ruggero, compie con la velocità del fulmine tremila miglia avendo superato le Colonne d'Ercole.

“ … ma senza mai posar, d'arme guernito,
tre mila miglia ognor correndo era ito .”

(I, VI. XXV )

Durante il viaggio Ruggero vede sotto di sé solo il mare (lo si deduce sia dal testo sia perché non riconosce alcuna terra come invece farà al ritorno) e non è in grado di controllare il volo dell'ippogrifo perché non sa usare il libro. Infine atterra sull'Isola d'Alcina.
Ora, è vero che nell'antichità esistevano più luoghi chiamate le ' Colonne d'Ercole ' ma è altrettanto vero che le più famose erano poste a Gibilterra. D'altra parte sono le più vicine ai Pirenei. Se sono in una stanza e dico “è là, vicino alla finestra” pur esistendo più finestre nell'appartamento tutti capiranno che l'oggetto è vicino alla finestra della stanza. Così, stando sui Pirenei se dico ' Le Colonne d'Ercole ' si intenderà lo stretto di Gibilterra.
Se interpretiamo miglio come miglio romano avremo:
3.000 · 1,4875 m = 4.462,5 km.
Se tracciamo, facendo centro a Gibilterra, un raggio di 4.462, 5 km e consideriamo che andando verso est si arriva in Iran, sorvolando solo terre; a sud si va in Africa sorvolando solo terre; a nord non è possibile perché nell'isola di Alcina crescono palme e piante rigogliose come allori, cedri e aranci, mirti, rose e gigli; proviamo a vedere cosa si incontra andando verso ovest. Perché il percorso è in linea retta e non prevede di vedere terre.
Ecco a spanne la cartina. (allargare l'immagine)



L'unica terra che si incontra intorno a quella distanza è l'Isola di Bermuda.

È evidente che Ariosto quando dice 3.000 miglia intende una cifra tonda, non direbbe mai in poesia che Ruggero compì un viaggio di 3367 miglia a esempio, non ha senso. Se la distanza fosse in miglia marine, che non so se esistessero e a quanto corrispondessero, si arriverebbe lì o anche più avanti, ai Caraibi o alla costa del Brasile, ma se la misura si prende dal castello di Atlante? Torneremmo indietro. Le Isole di Capo Verde sono troppo vicine e sono aride. Altro non c'è se non sorvolando delle terre.
Facciamo un passo indietro.
Quando Ruggero scende a terra, lega l'ippogrifo a un albero di alloro. L'animale si muove e rischia di sradicare la pianta che si lamenta come Pier delle Vigne: “ perché mi schiante? ”. Ruggero sorpreso si rivolge all'albero e chiede chi sia, se una dea dei boschi o cos'altro. Gli risponde che è Astolfo, mutato in albero da un artificio di Alcina cui è venuto a noia. Fa così con tutti i suoi amanti che capitano nell'isola: li seduce con la sua bellezza e poi, quando gli vengono in uggia, li trasforma chi in alberi, chi in animali, chi in mostri.
Ma chi possono essere questi ' cavalieri ' che Alcina e le sue fate seducono? Forse marinai che naufragavano navigando verso le Americhe? La ' scoperta ' dell'America, come ognuno sa, è datata 1492. La prima edizione dell'Orlando di Ariosto è del 1516 l'ultima del 1532. Si cominciava a navigare verso il nuovo mondo e la notizia doveva in quel tempo essere sulla bocca di tutti come il più grande avvenimento. La scoperta delle Bermudas è del 1503.
Astolfo racconta come è giunto sull'isola. Mentre si trovava sulle coste africane, il Sahara Spagnolo o quelle parti (“ ver ponente io venìa lungo la sabbia/che del settentrion sente la rabbia. ” I, VI, XXXIV), una balena s'è accostata a riva e sembrava un'isola verdeggiante e invitante da dove Alcina lo lusinga bellissima a salire da lei. La balena era lunga due miglia, dice Astolfo. Lui sale sull'isoletta, che è il dorso emerso del cetaceo enorme, e questa balena parte sparata e in un giorno e mezzo lo porta nell'Isola d'Alcina.
Qui ci sono due versioni. La prima è questa detta di Ariosto, per Matteo Maria Boiardo invece l'Isola d'Alcina è sul dorso stesso di una balena. Due miglia sono circa 3 km, l'isola di Bermuda è lunga circa 16 km: meno di 11 miglia. Tolta la testa e tolta la coda...
Be' insomma, così è come appare l'Isola di Bermuda dall'alto
 


Adesso arriva tutta la parte della storia in cui Ruggero dapprima diviene amante della bellissima Alcina, poi giunge la fata Melissa che gli spiega tutto l'inganno (anche perché se no la storia intera che ha raccontato a Bradamante va a farsi benedire). Egli allora si ribella e libera i prigionieri della inebriante seduttrice e diviene amico della sorella Logistilla, fata anch'ella ma della ragione e non della bellezza, della voluttà e della lussuria come Alcina.
Melissa istruisce Ruggiero su come si pilota l'ippogrifo e quando Ruggero parte per tornare dove si combatte, (“ A riveder Ponente... ” anche noi ancora oggi chiamiamo l'Europa ' l'Occidente ' ), si muove verso occidente e tutti i critici hanno dapprima collocato l'Isola d'Alcina nell'Oceano Indiano (uno addirittura in Giappone) dimenticando che anche le Americhe erano dette Indie occidentali, e quindi trovano logico che per tornare egli vada verso occidente. Del resto lo dice anche Ariosto che va da oriente a occidente come fa il sole.

“ Quindi partì Ruggier, ma non rivenne
per quella via che fe' già suo malgrado,
allorché sempre l'ippogrifo il tenne
sopra il mare, e terren vide di rado:
ma potendogli or far battere le penne
di qua di là, dove più gli era a grado
volse al ritorno far nuovo sentiero
come, schivando Erode i Magi fero.

Al venir quivi, era, lasciando Spagna
venuto India a trovar per dritta riga
là dove il mar oriental la bagna*;
dove una fata avea con l'altra briga.
Or veder si dispose altra campagna
che quella ove i venti Eolo instiga,
e finir tutto il cominciato tondo,
per aver, come il sol, girato il mondo ”.

( I, X, LXIX-LXX)
    *L'Atlantico è a est delle Americhe
Ma i critici dimenticano che tutta l'umanità ha sempre saputo che il pianeta Terra è sferico e non piatto, così come tutti sapevano che il Sole era al centro del sistema solare. Solo che noi percepiamo il terreno come piatto e, data la non poco rilevante evenienza che viviamo sul pianeta Terra, tutti hanno sempre considerato la Terra come il centro del nostro universo.
Invece Ruggero fa esattamente il giro attorno al Pianeta e muovendosi verso occidente passa l'Oceano Pacifico e poi vede, e Ariosto le enumera (Catai, Himalaya, Mar Caspio, Russia Polonia, Ungheria, Germania, Inghilterra), tutte le terre dell'Asia, finché giunge in Europa.
Si muove sempre verso occidente e non fa avanti e indietro. Da est a ovest esattamente come il Sole.
Per ultimo si nota che l'ippogrifo, che è un animale e non una macchina, precisa ser Ludovico, però spara, ed è guidato muovendo la mano su un libro e dando dei comandi, che Ruggero non sa usare: e dunque nel suo viaggio di andata non sa pilotare l'ippogrifo.
Ma a Ruggero è andata bene perché a ovest di Bermuda cosa c'è? Il famoso triangolo omonimo, dove scompaiono gli aerei, secondo la leggenda...

Alcina.
“ quivi si forma quel suave riso,
ch'apre a sua posta in terra il paradiso. ”

R.P.

Posteris memoria mea

sabato 19 ottobre 2019

Canto sumero

In occasione del 19 ottobre, data importante per me, presento, a quei pochi giovani non decerebrati e alle pochissime persone che non hanno una cultura da borghesi del cazzo, una buona idea che mi è venuta riguardo alla forma della poesia. Si chiama “ canto sumero “ e si rifà ai canti più antichi di amore e morte di quel popolo o sia degli argomenti della vita. È pensato come alternanza di versi più brevi con versi più lunghi, qui settenari con endecasillabi. È tutto da definire, come schema, però presenta delle buone possibilità di espansione. L'alternanza della lunghezza dei versi, la ripetizione retorica e declamatoria (forse in origine musicale) da un lato permette di creare una certa suspence, un'attesa del formarsi del canto, dall'altra prende il posto dei lacerti che si trovano negli originali.
 
Ascoltano i meli. 
Cosa ascoltano i meli? 
Cosa ascoltano i platani e i pioppi?
 
Che ascoltano gli alberi 
quando con le cime 
ondeggiano seguendo il vento?
 
Ascoltano le vicende del mondo, 
portate dal vento e viste dal cielo. 
Il cielo che vede tutto da sopra.
 
Cosa vede il cielo? 
Vede, il cielo, dal cielo, 
ciò che da sempre accade sulla terra:
 
vede qui gli amori, 
vede là la guerra. 
Vede l'acqua che scorre nel suo corso,
 
l'erba che cresce, il bosco e la foresta 
la sabbia del mare e i piedi dei monti 
e l'uomo che ogni cosa calpesta.
 
Cosa vediamo noi? 
Cosa ci dice il vento? 
Cosa, a noi, sulle cime dei meli?
 
Sulle cime dei faggi e dei pioppi 
vediamo il cielo che sempre è su di noi, 
vediamo le stelle che son sopra di noi.
 
Sentiamo ciò che il vento ci dice, 
udiamo quel che accade nel cielo, 
sentiamo di che si parlano gli Dei.
 
Ciò che essi ci dicono. 
Se la Dea vuol parlarci 
si rivolge a noi con l'infinito.
 
Le sue parole le porta il vento 
e lei ci parla con l'infinito: 
l'infinito è come lei ci parla.
 
(schema: canto sumero 7-7-11 7-7-11 11-11-11 7-7-11 7-7-11 11-11-11 7-11-11 11-11-11 7-7-11 11-11-11)

Allego un video dei miei, tratto dal “ Delirio amoroso “ di Georg Friedrich Haendel. 


NOTIZIARIO 

Una poesia di Marina Cvetaeva di attualità oggidì.
 
I lettori di giornali
Striscia il serpe sotterraneo,
striscia, trasporta gente.
E ciascuno con il suo
giornale (con il suo
eczema!) tic da ruminante,
cancro osseo dei giornali.
Masticatori di mastici,
lettori di giornali.

Chi, il lettore? Un vecchio? Un atleta?
Un soldato? Né lineamenti, né visi,
né età. Scheletro – poiché non ha
viso: un foglio di giornale!
Di cui tutta Parigi
dalla fronte all’ombelico è vestita.
Lascia stare, ragazza!
Metterai al mondo
un lettore di giornali.
Dondolando – “vive con la sorella”
ruttano – “ha ucciso il padre!”
Si dondolano, il nulla
si pompano dentro.
Che sono per questi signori
il tramonto oppure l’alba?
Divoratori di vuoto,
lettori di giornali!

Di giornali, leggi: di calunnie;
di giornali, leggi: di sprechi.
Ogni colonna, una diffamazione
ogni capoverso: disgusto...
Oh, con che cosa vi presenterete
al Giudizio Universale, all’altro mondo?!
Arraffatori di minuti,
lettori di giornali!

“E’ partito, sperduto, sparito!”
E’ antica la paura delle madri.
Madre! Dei Gutemberg la presse
è più terribile della polvere di Schwarz!

Davvero meglio al cimitero
che nel marcio lazzaretto
dei grattatori di scabbie,
lettori di giornali!

Chi i nostri figli
fa marcire nel fiore degli anni?
I miscelatori di sangue,
gli scrittori di giornali!

Ecco, amici – e anche
più forte che in queste righe! -
che cosa io penso quando
con il manoscritto in mano

sto davanti alla faccia
(posto – più vuoto non c’è)
sicché dunque alla non faccia
di un redattore di giornalistica immondizia.
 
Un saluto ai pochi che leggeranno questo post e un abbraccio ai pochissimi degni del mio abbraccio. 

R.P. 

Posteris memoria mea

Exitus

Devo prendere atto che con l'intervento censorio di Google sono passato da decine di visualizzazioni ad alcune visualizzazioni. La mancanza di commenti, critiche, suggerimenti di qualsiasi tipo poi fa venire meno uno degli scopi per i quali avevo aperto il blog o sia la messa a disposizione di uno spazio di interlocuzione. Non solo, ma l'assenza di interventi esterni mi impedisce di avere un riscontro sul lavoro svolto. La censura di Google continua e, senza un ritorno attraverso le opinioni dei lettori, oltre a nutrire il sospetto che le visualizzazioni siano messe a caso o impedite in qualche modo, non posso nemmeno capire se è vero che i post più letti siano quelli indicati dalle statistiche di Blogger e se sono effettivamente letti integralmente.
La censura riguarda ormai tutto quanto sta su internet questo è ormai palese ai più avveduti e questo sta succedendo anche in tutti i social, almeno in quelli dove alberga una qualche forma di intelligenza.
In mancanza di commenti, quindi, non so neppure chi mi legge e d'altra parte di fare le ripetizioni gratuite, con post sull'architettura e la storia dell'arte, a studenti che devono passare l'interrogazione o l'esame non mi va più. Al di là dell'impegno che ho a scriverli, concentrando molti temi e concetti in poco spazio, in essi sono presenti spunti e considerazioni non banali e farlo per chi guarda dal buco della serratura è frustrante.
Ho deciso pertanto che il blog si trasformi nella mia semplice rassegna letteraria, dove posterò solo notizie riguardanti la mia produzione e notizie del genere.
Quello che ho pubblicato rimane nell'archivio per chi ne fosse interessato.

R.P.
Posteris memoria mea

Addendum.
Potrebbe capitare che scriva ancora dei post poiché, dopo una lunga riflessione, non riesco a liberarmi della convinzione che sia mio dovere oppormi al decadimento culturale in cui versa in modo tragico l'Italia e l'Europa.
La dittatura di sistema della UE ma in generale il modello di sviluppo mondiale ordoliberista puntano all'annichilazione culturale, storica, antropologica dell'Europa e all'interno di essa del Paese forse più importante per la sua identità e questo Paese è casualmente il mio.
Non so ancora in che forma o su quali argomenti, ma alla fine penso che lo farò perché lo ritengo un mio dovere storico, un senso della mia esistenza e di ciò che ho studiato e per cui ho lavorato.


domenica 1 settembre 2019

I ggiovani

Ho scritto che in questo blog mi sarei occupato di pubblicare in futuro solo ciò che concerne la mia produzione letteraria o argomenti che riguardino la battaglia per la cultura. Tengo fede a entrambi i propositi presentando una poesia che mi è uscita di getto sul tema dei giovani, la cui mentalità e il cui modo di vita costituiscono uno dei maggiori problemi per la cultura di questi tempi.

È composta in endecasillabi sciolti prosaici perché è uno sfogo e un'amara constatazione.
 

Se voi vi vedeste con occhi veri 
come io vi guardo con un vero sguardo. 
Con gli occhi affissi a quella tavoletta 
luminosa e parlante e scrivente, 
sempre intenti a mettervi auricolari, 
a gesticolare da soli in strada 
o a far sentire gli affari vostri a altri. 
Se vi sentiste parlare invano 
con parole udite da altri e non vostre 
che ripetono concetti di altri. 
Con la frustrazione di chi si agita 
ma sa di non contare perché è vuoto. 
Verbosi, aggressivi, adolescenziali, 
incaponiti nell'aver ragione 
o d'improvviso voi vi fate muti 
fra il timore e il disprezzo o la superbia 
per chi, in un momento di capriccio, 
sancite indegno perché altro da voi. 
Con la vostra cultura fatta solo 
di vacanze, viaggi e lingue imparate 
per farsi belli negli aperitivi. 
Con la morte nel cuore che avete 
perché dovete soffrire da soli 
solo per il diritto all'esistenza, 
nel vuoto di una società affollata, 
ingombrante ma crudelmente assente. 
Sapendo queste cose nella vostra 
arrogante incoscienza, di bambini 
manipolati come un animale 
che risponde solo a bisogni indotti, 
ma non a una qualche ideologia o idea, 
o a una mente critica che sa e discerne. 
Ché vi dicono ch'è così si è buoni. 
Ché così si è dalla parte del giusto 
e si dicono le parole giuste 
e si hanno i pensieri giusti. 
No, voi siete solo nell'insenzienza 
la vera condanna a morte del mondo. 
Sapendo tutto questo e guardandovi 
dentro e fuori di voi, conoscendovi. 
Che pena vi fareste, e che vergogna, 
o giovani.
 

Allego a questa poesia un video che trovo in tema. È la parte centrale (trio) della “ marcia funebre ” di Chopin del 1839. Il pianista è il grande Arturo Benedetti Michelangeli.

Una guida per la visione del filmato è che ognuna delle sei parti che compongono questo estratto, chiamiamole sei 'variazioni' soprattutto di dinamica e di tocco, è commentata da tre immagini di donne tristi secondo questo schema.

Prima: esposizione del tema e titolazione. 

Seconda: espressione calma e lenta 
Terza: espressione forte, romantica, triste 
Quarta: espressione calma e dolce con un filo di speranza 
Quinta: espressione forte, drammatica.
Sesta: espressione tenue, a finire. 


                                                                                                      R.P.

                                                                                  Posteris memoria mea

domenica 7 luglio 2019

Canti saffici e canoni

La sesta raccolta di versi è “ Almanacco dell'anno nuovo ” dove per anno nuovo va inteso il dopo morte, la vita futura o quel che sarà se ci sarà qualcosa (ma se non ci sarà non ce ne renderemo nemmeno conto dunque non soffriremo).


È composta da canti saffici (come chiamo indifferentemente le odi saffiche) e canoni.
Devo dire che dopo la conclusione di questa raccolta sono entrato in una fase di grande improduttività, sia poeticamente sia nelle “ Lettere d'Isabella ” tanto che ho voluto intitolare la nuova silloge in formazione “ Polline ” come augurio di una rinnovata vena. I motivi sono legati sia al fatto che va così sia alla montante consapevolezza dello schifo che fa il mondo. Vedremo.
Non ho la necessità di spiegare la forma delle composizioni (di cui ho già detto nei precedenti post) e dunque ne propongo alcune paradigmatiche. In realtà nell'antologia sono presenti anche delle prove di versificazione cercando di rendere il metro classico e con soggetto mitologico, ma non fa conto che ne proponga dei pezzi, almeno per il momento. Ne ho composti tre nell'arco di lungo tempo e li ho inseriti.

Fra i canti saffici ho scelto questi tre.

In questa poesia c'è la sensazione di una vita vissuta e la consapevolezza che avrebbe potuto essere tutta un'altra. Che il tempo è passato con il dubbio o meglio la certezza di non aver fatto tutto il possibile. La riflessione finisce con un inevitabile distacco dal mondo, voluto o subito. Lo schema è del canto saffico terzinato (qui simmetrico) con esordio e congedo fatto di distici zoppi, endecasillabo quinario.

Manco da troppo da questo mondo.
Solo rimando.
Ormai non ricordo più i nomi o un volto,
nella mia vita non ho che lacune
sì che penso di non aver vissuto
fino in fondo.
Eppure c’erano anche belle donne
e amici e luoghi ma ormai manca tutto.
Ho di fronte a me terre, vaste piane,
tutto il mondo,
il cui nome però non m’è più noto,
né ho coscienza di memorie alcune.
Non ho futuro o presente o passato,
da chissà quando.

Rimane di me solo la mia anima.
Ma chi la chiama?


(schema: Aa BCBa CBCa BCBa Dd)


Questi altri sono versi un po' riassuntivi di quanto detto nella presentazione: la domanda sulle possibilità della vita futura, la concatenazione delle parti col tutto, la nostra coscienza o incoscienza o errore in questo. Schema classico della mia ode saffica a terzine ageminate.
 

Le gocce d’acqua s’inseguono
lungo un ramo come se una volesse
precedere l’altra, ma cadono
tutte a un tratto.
Mostrando ciò che in ver par accadesse:
gocce di pioggia sul suolo asciutto
come benedizione che con esse
bagna la terra.
Che porta il sogno d’unirsi al tutto
o un fluire lento delle vite stesse
o l’oblio del nulla, perfetto e intatto,
senza domanda.

(schema: ABAc BCBd CBCe)



 

Queste sono le poesie per le quali degli idioti mi prendono per avvinazzato. In realtà il poeta scopre la sua anima liberandosi da quel pudore che gli altri mantengono. Se si ha vergogna non si può essere poeti. Lo schema è a terzine sciolte e quinario consonante.
 

Ho un sapore di rosa amara in bocca
mentre ora parlo.
Quando si muore, ognuno muore solo.
Continuate a credere all’amicizia,
se quando abbiamo più bisogno
siamo soli qui.
Credete ancora nell’aiuto altrui
e nel futuro di questo mondo.
Non so se mi fate pena o nausea.
E non c’è scusa.
Non fosse per il vino che sa di rosa
e che mi lega per un po’ alla vita,
non riuscirei a scrivere più un solo verso.
Ma faccio finta.


(schema: Ab BCDe EFGh HILi)




Fra i canoni ho preferito mettere questi tre.


Il primo è un'evocazione di un'altra Italia, che è il nome della barista e del nostro Paese. Sconsolata presa d'atto dell'annichilimento delle vite degli uomini e della vita in sé. Della disumanazione di questo preteso sviluppo e di un progresso inteso solo come acquisizione di tecniche che si rivelano alienanti, artatamente concepite e messe in atto come tali. Canone quasi a versi sciolti.


I bicchieri lasciavano, fra il pane,
dei giri rossi esemplari, classici,
sul tavolo di legno dell’osteria.
Segno tangibile di felicità,
dello smemoramento che viene
dietro le cosce dell’Italia, 

intraviste scendendo dalla bici.
Commenti sul culo della barista
che si crede furba più di noi
perché è così che vende più caffè.
O se la lepre il Gino l’ha presa lui
o l’ha tolta al mercato o dal buffet
E a un tavolo più in là, detto fra amici,
chi voleva cambiar il mondo e in che via.
Ora sono ricordi oleografici

di conforto in vite senza persone,
senza nulla o qualcosa ad aspettarci,

in un’inutile complicazione
della tecnica e nel nostro vivere,
e solo ciò ormai ci deve bastare.


(schema: ABCD ACBD EFEF BCBA BAGG)



Io spero di non campare molto: la vecchiaia come traguardo non mi interessa, vivere molto in qualche maniera mi spaventa. E poi ci sono i concetti già esposti, qui senza il pudore della rabbia. Lo schema verte sull'alternanza obbligata fra settenari e endecasillabi.
 

Ho finito il mio tempo.
Cosa mi piaceva ?
Il cinema, la musica e l’arte.
Vivo estraneo nel mondo,
e le cose che vedo
mi sembran già vissute.
Ogni soluzione che intravedo
mi sembra inutile.
È passato il mio tempo.
Ora bramo vendette:
il sangue di chi è responsabile
della mia malasorte.
Ree vittime del loro squallore,
io vittima innocente.

(schema: abCd dcDe acEc Fc)

 


Questa è una bellissima poesia, fra quelle che preferisco. È composta di pura sensazione, inesplicabile, di lirismo innato nel quale perdersi. Non si può dire di più. Schema di endecasillabi a canone con versi isolati (un novenario e un settenario).

La volontà si agita barbara,

le idee dentro si confondono,
cadono con l’ebbrezza della notte.
I pensieri si perdono coi profumi
di ogni fiore giunto alla sua morte,
che si mischia con tutti gli altri aromi
in un afrore indistinto di natura.
Bagnato da rugiade appassite,
come son le lacrime dei passeri,
che gementi le anime accompagnano.

E troppe le cose che non so:

 

non so più l’odore di tutti i fiori,
non so le lacrime dei passeri,
 

e di mie non ne ho.

(schema: ABCDCDACFB g FF g)



                                                                                                                                                   R.P.
 

                                                                                        Posteris memoria mea